La guerra in Iran “quasi finita”, ma il fronte libanese resta un’incognita mentre la Russia si offre come supplente energetico

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è una certa aria di sfinimento che aleggia attorno ai tavoli della diplomazia mediorientale, un sentore che forse – e dico forse – la fase più acuta del conflitto con l’Iran possa davvero volgere al termine. A dichiararlo, con la consueta enfasi che lo contraddistingue, è stato il presidente americano Donald Trump in un’intervista a Fox, dove ha letteralmente definito la guerra “quasi finita”, un’affermazione che, al di là della retorica, trova qualche riscontro nelle mosse della sua amministrazione. Perché mentre il presidente parlava, i suoi emissari, con il vicepresidente Vance in prima linea, stavano già predisponendo l’ennesimo giro di negoziati, con la solita linea rossa ben chiara: “L’Iran non deve avere il nucleare”, un mantra che risuona come un ultimatum più che come una richiesta negoziabile. A complicare il quadro, o forse ad approfittarne abilmente, ci pensa Mosca, che con una mossa non troppo velata si è detta “pronta a colmare il deficit di risorse energetiche” nella regione, un’offerta che sa tanto di presa di posizione geopolitica quanto di speculazione su un mercato globale già provato dalle ostilità.

Il peso di una tregua che non decolla

Se sul fronte iraniano si cerca una quadratura del cerchio, su quello libanese il copione sembra invece inchiodato sulla ripetizione. Ciò che appariva come una svolta – l’incontro storico tra delegazioni israeliane e libanesi a Washington, il primo ad alto livello dal lontano 1993 – si è scontrato con la dura realtà dei fatti. Il gabinetto di sicurezza convocato da Netanyahu, quello che doveva decidere su una possibile sospensione dei combattimenti della durata di una settimana, si è sciolto senza emettere alcun verdetto ufficiale, lasciando nel vago le speranze di una tregua pure anticipata da alcuni media arabi. Le parole del premier israeliano, che in un videomessaggio ha ribadito la volontà di negoziare “mentre colpiamo Hezbollah”, raccontano meglio di ogni rapporto la natura ambivalente di queste trattative. Da una parte c’è la pressione internazionale – quella americana in primis – che spinge per un gesto di distensione, dall’altra la resistenza di Tel Aviv, che non intende mollare la presa sulla milizia sciita prima di averne smantellato l’apparato militare.

Le voci e le smentite nel caos libanese

L’aria che si respira è quella tipica delle vigilia di un nulla di fatto. Hezbollah, da parte sua, ha prontamente smentito le voci che la volevano già pronta ad accettare la tregua, con fonti vicine al movimento che hanno definito “totalmente inesatte” le indiscrezioni circolate nelle ore precedenti. Una confusione che il giornalista Barak Ravid di Axios ha cercato di dipanare citando due funzionari israeliani, secondo i quali la riunione notturna non avrebbe fatto altro che rinviare una scelta impopolare. La proposta di una sospensione di sette giorni, insomma, resta sul tavolo come un “gesto positivo” per sostenere i negoziati diretti, ma nessuno sembra voler firmare per primo il foglio della resa. In questo scenario, persino la spinta congiunta di Iran e Pakistan per una tregua immediata a Beirut si è infranta contro i veti incrociati di chi, come Netanyahu, considera la trattativa solo un proseguimento della guerra con altri mezzi.

Mosca e il tabellino delle risorse

Mentre i razzi continuano a cadere e la diplomazia arranca, la Russia osserva e tende la propria rete. La dichiarazione di Mosca, quella relativa alla disponibilità a “colmare il deficit di risorse energetiche”, non è certo un atto di filantropia, ma una mossa calcolata in uno scacchiere dove il prezzo del petrolio è già schizzato alle stelle a causa del blocco dello Stretto di Hormuz. Il messaggio del Cremlino è chiaro: se il Medio Oriente brucia e le sue infrastrutture energetiche sono danneggiate, loro sono pronti a subentrare come fornitori di ultima istanza, rafforzando di fatto la loro influenza proprio nel momento in cui gli Stati Uniti cercano di ridurre la loro. Un gioco sottile, che lega indissolubilmente le sorti della pace alla volatilità dei mercati, e che rende la fine della guerra un obiettivo tanto politico quanto economico.

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