Il fallimento di Trump in Iran tra tregue fragili e pressioni interne

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quando Donald Trump annunciò l’inizio delle operazioni di guerra contro l’Iran, parlò di “resa incondizionata” come unica via d’uscita dal conflitto, un’affermazione che sembrava chiudere qualsiasi spiraglio a una soluzione negoziata. A distanza di un mese, però, lo stesso presidente è stato costretto ad accettare un cessate il fuoco estremamente precario, il quale – va detto – non gli concede alcuno dei risultati inizialmente proclamati. Questa retromarcia, per quanto umiliante per un leader abituato a vestire i panni del vincitore, è stata dettata da due pressioni convergenti: un’opinione pubblica statunitense sempre più ostile al proseguimento delle ostilità e un rialzo generalizzato dei prezzi, conseguenza diretta della chiusura dello Stretto di Hormuz. Quel braccio di mare, prima libero e attraversato ogni giorno da 135 petroliere, è stato infatti requisito e bloccato dalla marina iraniana, paralizzando di fatto una delle rotte energetiche più strategiche del pianeta.

Un animale ferito e una finestra di opportunità

Cosa possa aspettarsi il mondo da Trump, descritto da più osservatori come un “animale ferito e ancora più pericoloso”, è domanda che aleggia nei vertici diplomatici europei e mediorientali. La tregua di due settimane, negoziata direttamente tra Stati Uniti e Iran, rappresenta una fragile “finestra di opportunità” – per usare le parole circolate negli ambienti vicini alla Casa Bianca –, ma la sua tenuta è già stata messa alla prova dalle azioni di Israele. L’alleato storico, meno interessato a chiudere il conflitto, continua a condurre operazioni che rischiano di far saltare l’intesa. A ciò si aggiunge la distanza abissale tra le proposte negoziali delle due parti: al momento non si intravedono punti di convergenza concreti, e i compromessi necessari appaiono futuribili quanto improbabili.

Teheran blocca i negoziati e smentisce la delegazione

Al quarantunesimo giorno della guerra del Golfo – che vede contrapposti Stati Uniti e Israele da un lato e l’Iran dall’altro – Teheran ha fatto sapere che i negoziati di pace resteranno sospesi finché Israele non smetterà di bombardare il Libano. Una presa di posizione netta, che ha spiazzato la diplomazia statunitense. Le autorità iraniane hanno inoltre smentito categoricamente l’arrivo di una propria delegazione a Islamabad, in Pakistan, per avviare i colloqui; una notizia circolata nei giorni precedenti e data per certa da alcune agenzie, ma priva di fondamento. La smentita, arrivata per canali ufficiali, ha ulteriormente raffreddato gli entusiasmi di chi sperava in una rapida distensione.

Midterm e benzina: il tempo non gioca per Trump

Nelle file repubblicane cresce il timore in vista delle elezioni di midterm: la paura, raccontata da più esponenti del partito a stampa e analisti, è che i prezzi della benzina impieghino molto tempo a rientrare nella norma. E questo sempre che il cessate il fuoco regga – condizione tutt’altro che scontata – e che si arrivi davvero a un accordo di pace con l’Iran. Secondo la maggioranza degli esperti interpellati e la stessa classe dirigente repubblicana, il tempo non gioca a favore del presidente. Negli ultimi mesi, Trump e i suoi consiglieri più stretti hanno ripetuto che gli Stati Uniti erano sull’orlo di una svolta economica; una narrazione ottimistica che oggi, con il braccio di mare ancora bloccato e l’inflazione in rialzo, appare sempre più lontana dalla realtà.

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