La guerra in Iran e la diplomazia parallela: i 15 punti di Trump tra tregue annunciate e il fuoco incrociato nel Golfo
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Redazione Esteri
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Mentre i missili iraniani continuano a bucare le difese aeree nel cuore di Tel Aviv e l’aviazione israeliana risponde con bombardamenti mirati fino a Teheran, il quadro del conflitto mediorientale si complica ulteriormente con l’intreccio di una frenetica, quanto controversa, attività diplomatica. In questo scenario, dove la realtà sul campo sembra smentire le dichiarazioni ottimistiche provenienti dalla Casa Bianca, emerge il dettaglio di un documento articolato in quindici punti che l’amministrazione Trump avrebbe fatto recapitare ai vertici della Repubblica Islamica. La proposta, rivelata da Channel 12 e ripresa dal New York Times, delinea una road map per la cessazione delle ostilità che parte da una premessa apparentemente semplice: una tregua di trenta giorni, un periodo di sospensione delle operazioni belliche pensato per consentire ai due attori principali di sedimentare un accordo più strutturale.
Il documento in 15 punti e le condizioni per il dopo-guerra
Il testo del piano, che secondo le indiscrezioni sarebbe stato trasmesso a Teheran grazie alla mediazione del Pakistan, tocca i nodi strutturali della crisi, ponendo sul tavolo richieste che per l’Iran rappresenterebbero una vera e propria revisione della propria postura strategica. Al centro della bozza c’è il programma nucleare iraniano: Washington chiede non solo l’impegno a non perseguire mai lo sviluppo dell’arma atomica, ma anche lo smantellamento delle capacità di arricchimento esistenti, con l’obiettivo di azzerare il materiale fissile presente sul suolo iraniano. Parallelamente, il documento affronta la questione della sicurezza energetica globale, imponendo la riapertura completa e incondizionata dello Stretto di Hormuz – via d’acqua fondamentale per il trasporto del petrolio mondiale – e l’interruzione del sostegno ai gruppi filo-iraniani nella regione, una clausola che mira a ridimensionare l’influenza di Teheran in paesi come Libano, Siria e Iraq. In cambio di queste concessioni, l’amministrazione Trump offrirebbe a Teheran la revoca delle sanzioni internazionali e un sostegno concreto al programma di nucleare civile, una formula che ricalca per certi versi le linee guida del vecchio accordo sul nucleare da cui gli stessi Stati Uniti si erano unilateralmente ritirati anni fa.
La scacchiera diplomatica e il ruolo dell’Arabia Saudita
Se la Casa Bianca sembra puntare sulla strada dell’intesa – con il presidente Trump che dichiara con ottimismo di star “parlando con le persone giuste” e di aver ricevuto addirittura un “regalo” da Teheran legato alle risorse energetiche – la realtà delle alleanze regionali racconta una storia più complessa e frammentata. Mentre gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner lavorano per costruire un’intesa con il supporto di potenziali mediatori come Turchia e Pakistan, si muovono sullo sfondo pressioni di segno opposto che rischiano di far saltare il banco. Il New York Times rivela infatti che l’Arabia Saudita, rappresentata dal principe ereditario, starebbe spingendo con insistenza perché l’offensiva prosegua fino alla caduta del regime di Teheran. Per Riad, la guerra rappresenterebbe una “opportunità storica” per ridisegnare gli equilibri regionali, una posizione che si scontra frontalmente con la strategia della Casa Bianca, orientata invece a chiudere il conflitto per evitare un’escalation incontrollabile.
La crisi si allarga al Golfo e il doppio binario militare
A complicare ulteriormente il quadro, le operazioni militari non accennano a ridursi, estendendosi ormai a macchia d’olio nei paesi del Golfo. L’esercito kuwaitiano ha conferrato nelle ultime ore di stare “rispondendo a minacce ostili provenienti da missili e droni”, con la Guardia Nazionale che ha rivendicato l’abbattimento di diversi velivoli senza pilota nelle aree di propria competenza. Le esplosioni udite nel Paese, hanno spiegato le autorità, sono il risultato delle operazioni di intercettazione, un segnale di quanto il conflitto stia ormai valicando i confini originari per coinvolgere infrastrutture civili e spazi aerei dei vicini. In questo contesto di crescente instabilità, l’amministrazione Trump mantiene un atteggiamento ambiguo: se da un lato promuove la diplomazia, dall’altro il Pentagono ha ordinato lo spostamento di oltre mille paracadutisti della 82esima Divisione Aviotrasportata nella regione, un’unità specializzata in risposte rapide e operazioni di combattimento che si aggiunge ai decine di migliaia di militari già presenti nell’area. È il segnale più evidente di un doppio binario, quello americano, che prepara il terreno per una possibile trattativa senza però smantellare l’opzione militare, anzi rafforzandola in vista di un’eventuale escalation che nessuno, al momento, può escludere.




