Medioriente e Ucraina, le tregue di carta e quella diplomazia che sa di bomba
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Redazione Esteri
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La geografia dei conflitti globali, in queste prime settimane di maggio 2026, delinea una cartografia dell’inganno piuttosto che della pace. Mentre le cancellerie occidentali tentano di normalizzare uno scenario di tregue negoziate, sul terreno i sistemi d’arma continuano a dettare l’agenda, spostando l’equilibrio di potere da un giorno all’altro. Nello Stretto di Hormuz – tornato a essere il principale termometro della tensione tra Washington e Teheran – la tregua mediata dal Pakistan il mese scorso resiste solo sulla carta; i fatti, come spesso accade in queste fasi, raccontano una storia opposta. Le forze statunitensi, nel corso dell’ultima settimana, hanno dato nuovo impulso alla loro pressione navale, colpendo e disabilitando petroliere iraniane che tentavano di forzare il blocco, una strategia di logoramento che mira a costringere la Repubblica Islamica a cedere sulle trattative relative al programma nucleare e al controllo del canale.
Il paradosso di Hormuz tra sovranità e blockbuster militare
Da una parte, Teheran rivendica la propria giurisdizione sull’area con una controffensiva diplomatica – chiedendo risarcimenti danni e la fine delle sanzioni – e dall’altra incrementa la retorica della rappresaglia, pronto a colpire le basi americane nella regione su ordine della Guida Suprema. Il presidente russo, attore indiretto ma mai neutrale in questo scacchiere, intanto osserva e trae vantaggio dal rincaro del petrolio, mentre la flotta americana riceve il sostegno della Marina Britannica in una postura ufficialmente definita “difensiva” per la protezione delle rotte commerciali. Questo stallo armato, di fatto, ha già innescato un nuovo disordine mondiale, costringendo tanto gli alleati europei quanto i rivali asiatici di Washington a improvvisare una linea di condotta nei confronti di una superpotenza che appare sempre più imprevedibile.
Il fronte libanese e l’effetto alone della guerra su Gaza
L’instabilità si rifrange con violenza anche lungo i confini israeliani, dove il cessate il fuoco con Hezbollah – in vigore da metà aprile – si è trasformato in una trappola mortale per la popolazione civile del Sud Libano. Più di 2.700 persone hanno perso la vita nei raids israeliani da marzo, che non si sono fermati nemmeno dopo la firma dell’intesa. In un’escalation che ha dell’assurdo, solo nell’ultimo fine settimana sono stati registrati una trentina di morti in attacchi mirati che, secondo l’IDF, colpivano infrastrutture militari di Hezbollah. La controffesa del partito sciita non si è fatta attendere: droni e razzi hanno preso di mira il nord di Israele, ferendo soldati e creando un braccio di ferro costante lungo la Linea Blu. Il presidente libanese Joseph Aoun ha consegnato un diktat chiaro all’ambasciatore americano a Beirut: basta pressioni verbali su Israele per fermare queste violazioni, ma la Casa Bianca – alle prese con la mediazione per un secondo round di colloqui a Washington – sembra più concentrata a salvare la faccia della tregua che a fermare realmente le stragi.
Ucraina: la pace annunciata e la realtà delle macerie
Sul fronte ucraino, il “giorno della vittoria” a Mosca è passato senza i consueti carri armati in Piazza Rossa – un segnale inequivocabile della paura degli attacchi kamikaze provenienti da Kiev – ma con una dichiarazione che ha fatto il giro del mondo. Vladimir Putin, visibilmente provato ma determinato, ha definuto il conflitto in Ucraina una questione “in via di conclusione”. I suoi assistenti, in netto contrasto con questa illusione ottimistica, hanno subito smorzato i toni: il portavoce Peskov ha parlato di una “strada lunga” piena di dettagli complessi, segno che il Cremlino, pur volendo proiettare un’immagine di forza, non ha alcuna intenzione di affrettare una risoluzione che non sia basata sulle proprie condizioni territoriali. Nonostante lo scambio di mille prigionieri mediato da Trump, le operazioni di terra continuano a consumare risorse e vite umane, mentre l’Europa cerca disperatamente un ruolo da protagonista nei futuri negoziati di sicurezza.
Marco Rubio a Roma, la diplomazia delle scuse implicite
In questo quadro di fuoco incrociato, arriva a Roma il Segretario di Stato Marco Rubio. La visita, iniziata giovedì, non è una semplice sosta di cortesia ma un vero e proprio viaggio riparatore. Le recenti frizioni tra l’amministrazione Trump e il Vaticano, esplose dopo che Papa Leone XIV aveva definito “inaccettabili” le minacce di distruzione di civiltà provenienti da Washington, avevano gelato i rapporti, trascinando in questo gelo anche Giorgia Meloni. Rubio, cattolico convinto, incontrerà il Pontefice per ricucire uno strappo che ha visto Trump accusare il Papa di essere “debole sul crimine” e la premier italiana difendere la Santa Sede. L’incontro – una sorta di esame di maturità per la nuova amministrazione – servirà a discutere proprio del Medio Oriente e della ricostruzione futura, tentando di separare le divergenze teologiche dalla necessità pragmatica di mantenere aperto il canale transatlantico. Una tregua diplomatica, in fondo, che segue lo stesso identico copione di quelle militari: apparentemente formalizzata, sostanzialmente in bilico tra un attacco missilistico e una dichiarazione social del presidente.




