La “sintonia” Meloni-Orsini contro la burocrazia Ue: l’allarme sulla manifattura e il patto per il nucleare
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
“Mostriamoci in sintonia”. Sarebbe potuta essere una frase banale, se non fosse il riassunto – perfetto e quasi involontario – della giornata che ha visto la premier Giorgia Meloni e il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, alternarsi sul palco dell’assemblea generale a “La Nuvola” dell’Eur.
C’era quasi un clima da spogliatoio, prima dell’inizio ufficiale dei lavori, con il presidente della Camera Lorenzo Fontana a sdrammatizzare – lui che vanta un passato da tifoso dell’Hellas Verona – sulla retrocessione in serie B della sua squadra del cuore: “Il prossimo anno ci ritroveremo in serie B, ahimè”, ha scherzato, strappando un sorriso al Capo dello Stato, il quale a sua volta ha annuito, commentando a denti stretti l’ennesima annata senza serie A per il suo Palermo. Ma al di là delle battute sul calcio che salgono e scendono di categoria, il tono nella sala della Nuvola era teso.
La posta in gioco, per usare le parole del numero uno di viale dell’Astronomia, è niente meno che la sopravvivenza della “seconda manifattura d’Europa”.
L’attacco a Bruxelles: “Faccia meno e meglio”
Ed è proprio su questo punto che la sintonia tra il governo e gli industriali è apparsa più solida che mai. Se Orsini aveva avvertito che “Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività”, definendo il caro energia una vera e propria “minaccia esistenziale” per le imprese, Meloni ha raccolto il testimone alzando ulteriormente il tiro. L’Unione europea, ha tuonato la premier, è oggi “un colosso burocratico” che rischia di soffocare la crescita.
Non c’è più tempo per le lungaggini: il vecchio continente deve “cambiare marcia”, abbandonare gli approcci “ideologici e tecnocratici” e concentrarsi su un principio tanto semplice quanto, a suo dire, disatteso, ossia “fare meno e meglio”.
L’attacco frontale alla “burocrazia lunare” e alla pletoricità delle regole europee è diventato così il filo conduttore della mattinata, un argomento che unisce il presidente degli industriali – il quale ha denunciato la perdita di 250mila posti di lavoro nel manifatturiero solo dall’inizio di questo mandato della Commissione – e la presidente del Consiglio, che ha fatto del revisionismo delle regole Ue un cavallo di battaglia.
Il rischio di un “deserto industriale” e la sfida cinese
Secondo Orsini, lo scenario che abbiamo di fronte è radicalmente mutato rispetto al passato. Non si tratta soltanto delle tensioni in Medio Oriente o della guerra al centro dell’Europa, ma di una sfida globale per la quale la Cina si configura ormai come “l’unica vera superpotenza industriale”. È un avvertimento secco, che dipinge un’Europa alla deriva, incapace di difendere la propria base produttiva proprio mentre altre economie accelerano senza i vincoli (ambientali e burocratici) che frenano il Vecchio Continente.
Se non si inverte la rotta, il rischio concreto – come ha messo in guardia Orsini – è quello di “perdere milioni di posti di lavoro”, con una conseguente emorragia di ricchezza che minerebbe le fondamenta stesse del welfare e della coesione sociale. Lo ha detto chiaramente: l’industria italiana non può sopravvivere se l’Europa continua a mostrarsi “miope” nella politica estera e “iperattiva” nella burocrazia domestica.
E la premier, in questo, non ha potuto che annuire, promettendo di portare avanti la battaglia per la flessibilità di bilancio anche per fronteggiare la crisi energetica, esattamente come già avvenuto per le spese di difesa.
Il patto sull’energia: nucleare entro l’estate
C’è però un capitolo specifico su cui la “sintonia” si traduce in un cronoprogramma preciso, ed è quello relativo all’indipendenza energetica. Se il costo delle bollette rappresenta oggi la spada di Damocle per le acciaierie e le fabbriche italiane, la risposta di Palazzo Chigi non è solo lo sconto in bolletta, ma una scommessa a lungo termine che torna a far discutere: il nucleare. “Io sono molto determinata su questo”, ha assicurato Giorgia Meloni, rivendicando un cambio di passo netto rispetto al passato.
L’obiettivo – ha dettagliato – è approvare la legge delega “entro l’estate”, per poi procedere speditamente con i decreti attuativi che gettino le basi giuridiche per il ritorno dell’atomo in Italia. Si punta, ha aggiunto, alle tecnologie più all’avanguardia, come i mini-reattori modulari (Smr), definiti sicuri, puliti e soprattutto in grado di abbattere drasticamente i costi di produzione, restituendo competitività a un sistema industriale che soffoca.
Non si tratta più di un’utopia green per pochi, ma di una “svolta” reclamata a gran voce dagli stessi imprenditori, che vedono in questa strada l’unica per liberarsi dal ricatto dei prezzi dei fossili.




