Il testamento spirituale di Camillo Ruini: «Con Papa Francesco ho vissuto un disagio». E poi il mea culpa: «Chiedo perdono»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel testamento spirituale lasciato dal cardinale Camillo Ruini, emerso in tutta la sua portata in queste ore di commosso saluto reggiano, affiora il ritratto di un uomo che si definisce ancora «papista» ma che non cela il travaglio interiore vissuto durante il pontificato di Papa Francesco.

Il documento, datato giugno 2016 e custodito quasi come un segreto di famiglia, è stato riportato alla luce proprio mentre la Cattedrale di Reggio Emilia si preparava ad accogliere l'ultimo abbraccio della sua gente, restituendo ai fedeli non solo le spoglie del porporato ma anche le parole più intime di un cammino di fede segnato da luci e ombre.

In quelle pagine, scritte con la penna ferma di chi sa di dover rendere conto a un'autorità superiore, Ruini non si sottrae al confronto con il presente della Chiesa, anzi lo affronta a viso aperto, confessando un «disagio» che non è mai diventato rottura ma che ha rappresentato una ferita profonda nel suo rapporto con l'istituzione che aveva servito per una vita.

L'ultimo saluto a Reggio Emilia e il ricordo dell'arcivescovo Morandi

Oggi pomeriggio, 19 giugno, la Cattedrale di Reggio Emilia ha vissuto un momento di intensa partecipazione popolare, con una folla che si è stretta attorno al feretro del cardinale per tributargli l'estremo saluto. Il rito, concelebrato alla presenza del Sacro Tronco, l'antico Crocifisso ligneo di Sassuolo che lega indissolubilmente la memoria di Ruini alla sua terra d'origine, ha visto sul presbiterio l'arcivescovo Giacomo Morandi affiancato dal vicario generale monsignor Giovanni Rossi e dalle persone che hanno accompagnato l'ultima stagione del porporato.

Tra questi spiccava la figura dell'assistente familiare Pierina, accanto al vescovo di Tivoli e Palestrina Mauro Parmeggiani, che fu segretario di Ruini e che ne ha custodito con discrezione gli ultimi desideri, e al vescovo Paolo Rabitti, il quale ha voluto ricordare con affetto l'amico dei tempi del seminario, sottolineando come la loro amicizia, nata tra i banchi di scuola e coltivata per decenni, fosse fondata su una stima reciproca che andava oltre le divergenze teologiche o pastorali.

Nell'omelia, l'arcivescovo Morandi ha voluto ringraziare pubblicamente «don Camillo per il suo amore alla Chiesa italiana», un amore che non è mai venuto meno nonostante le inevitabili tensioni, e che si è manifestato nella dedizione totale a un ministero esercitato con rigore e intelligenza, tanto da essere considerato da molti l'ultimo grande protagonista di una stagione ecclesiale destinata a chiudersi con la sua scomparsa.

Il testamento del 2016: un dialogo tra fedeltà e smarrimento

Il testamento spirituale, che Ruini aveva affidato alla carta in un momento di particolare riflessione, si configura come un dialogo serrato con la propria coscienza e con Dio, un esame di coscienza che l'uomo di Chiesa si è imposto di fronte ai cambiamenti epocali del suo tempo.

«Con Papa Francesco ho vissuto un disagio», scrive il cardinale con una sincerità che non teme il giudizio altrui, eppure questo disagio non si traduce mai in una presa di distanza, bensì in un'analisi lucida delle differenze di sensibilità che hanno caratterizzato il rapporto tra il teologo della "svolta" e il pastore venuto dalla fine del mondo.

Ruini, che per anni era stato il braccio destro di Giovanni Paolo II e il regista della linea dottrinale più conservatrice della Chiesa italiana, si trova a fare i conti con un magistero che interpreta il Vangelo in chiave di misericordia e apertura, e lo fa con la schiettezza di chi ha sempre difeso la verità rivelata senza infingimenti.

Eppure, in quella che sembra una resa dei conti con la storia, affiora anche un mea culpa che non ha nulla di retorico: «Chiedo perdono», scrive Ruini, e lo fa non tanto per un atto di sottomissione gerarchica, quanto per un bisogno autentico di purificazione interiore, riconoscendo i propri limiti e le proprie rigidità nel momento in cui si accinge a varcare la soglia dell'eternità.

Il ricordo di monsignor Rabitti e l'amicizia dei seminari

A impreziosire il racconto di queste ore di commozione è la testimonianza di monsignor Paolo Rabitti, l'arcivescovo quasi novantenne di Castellarano che ha condiviso con Ruini gli anni della formazione seminariale e un'amicizia che il tempo non ha mai scalfito.

«Lui era di Sassuolo, a due chilometri da casa mia, le nostre famiglie si conoscevano già», racconta il vescovo, riportando alla memoria un legame che affonda le radici in una giovinezza fatta di studi, letture e confronti quotidiani, quando la vocazione era ancora un seme da custodire e il mondo appariva come un campo da conquistare per la fede.

«Lo dichiaravano già intelligentissimo da ragazzo», aggiunge Rabitti con un sorriso che tradisce l'affetto di una vita, ma quella intelligenza, che avrebbe fatto di Ruini uno dei teologi più influenti del Novecento italiano, non era mai fine a se stessa, bensì al servizio di una prudenza e di una saggezza che lo hanno contraddistinto anche nei momenti più difficili del suo ministero.

L'amicizia tra i due presuli, alimentata da una stima reciproca che non conosceva gerarchie, rappresenta la chiave per comprendere l'uomo al di là della figura pubblica, quel Camillo Ruini che seppe essere pastore e maestro senza mai dimenticare le proprie origini emiliane, dove la fede si respirava nell'aria insieme al profumo della terra e al lavoro delle mani.

La libertà "altra" e il messaggio che attraversa il tempo

Il richiamo al motto "Veritas liberabit nos", la verità vi farà liberi, non è mai stato per Ruini una formula da esibire, ma il faro che ha orientato ogni sua scelta, come dimostra anche l'ultimo libro che porta la sua firma e che in queste settimane sta facendo discutere per la sua attualità.

In quelle pagine, il cardinale mette in guardia dai «nuovi profeti del paradiso in terra», quelle ideologie che promettono una felicità facile e immediata, e rivendica invece una libertà che non si accontenta di essere definita secondo i criteri di moda, una libertà "altra" che non teme di andare controcorrente. Il testamento spirituale, in questo senso, non è un'opera letteraria né un trattato teologico, ma la testimonianza di un uomo che ha scelto di camminare sulla strada stretta, quella che non promette successi mondani ma esige fedeltà e coraggio.

Oggi, mentre Reggio Emilia si stringe attorno alla sua memoria, quelle parole assumono il valore di un'eredità che va custodita, un invito a non ridurre la fede a un fatto privato o a un'opinione tra le altre, ma a viverla come una sfida che coinvolge l'intera esistenza, nel segno di quella verità che non è mai stata più attuale di quanto lo sia in un'epoca di smarrimento collettivo.

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