L'addio a Ruini, Leone XIV: «Pastore saggio e sollecito, la Chiesa gli deve moltissimo»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ha presieduto personalmente le esequie, il pontefice, scegliendo l'Altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro per rendere l'estremo saluto al cardinale Camillo Ruini, spentosi martedì sera all'età di 95 anni. Papa Leone XIV, nel porgere il commiato al porporato che per quasi due decenni ha guidato la Conferenza Episcopale Italiana e servito come vicario per la Diocesi di Roma, ne ha tratteggiato la figura con parole che travalicano il mero ricordo per assumere i contorni di un esame lucido e partecipe di un ministero ecclesiale di straordinaria incidenza.

La bara di legno, con il Vangelo aperto a significare la fede che ha sorretto l'esistenza terrena di Ruini, era posta nelle immediate vicinanze del successore di Pietro; attorno, a concelebrare il rito, un collegio di trentaquattro cardinali, tra i quali spiccavano le figure dell'attuale presidente della Cei, Matteo Zuppi, del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin e del nuovo vicario di Roma, Baldo Reina, a testimonianza della profonda comunione che legava il defunto ai vertici della curia e all'episcopato italiano.

L'omelia del pontefice e il ricordo del motto episcopale

«Un pastore saggio e sollecito del gregge di Cristo», le parole con cui Papa Leone XIV ha aperto la sua omelia, quasi a voler fissare un solco interpretativo entro cui collocare l'intera parabola umana e spirituale di Camillo Ruini, ripercorrendone le tappe salienti senza tralasciare il suo ruolo di primo piano in momenti storici particolarmente complessi per la Chiesa e per il Paese.

Il servizio prestato come presidente della Cei e come vicario della diocesi di Roma ha rappresentato, nelle parole del Santo Padre, non un semplice incarico amministrativo, bensì una guida capace di «entusiasmo, discernimento e coraggio» nell'affrontare sfide che hanno segnato profondamente il cammino della comunità ecclesiale e, per più versi, anche quella civile.

Nell'articolato discorso funebre, il pontefice ha voluto richiamare alla memoria dei fedeli il motto episcopale che Ruini aveva scelto per il suo servizio, Veritas liberabit nos, una citazione dal Vangelo di San Giovanni che suona come un monito e come un testamento spirituale: la verità che rende liberi, un ideale per cui il cardinale emiliano aveva profuso instancabilmente le sue energie, convinto che la missione della Chiesa non potesse prescindere da un dialogo fecondo con la cultura e da un impegno senza riserve nel mondo contemporaneo.

L'eredità spirituale e il "progetto culturale"

Nel corso della celebrazione, non sono mancati i riferimenti alla lunga collaborazione che legò Ruini a Giovanni Paolo II, come ricordato dallo stesso Papa Leone: «Ha avuto la grazia di conoscere personalmente alcuni grandi Santi dei tempi recenti, quali Paolo VI e Giovanni Paolo II, e lavorare con loro. Per tanti anni è stato collaboratore di Papa Wojtyla». Un legame, questo, che ha indubbiamente plasmato la sensibilità pastorale del cardinale, spingendolo a considerare la verità come principio ordinatore della vita ecclesiale e personale.

Il pontefice ha poi evidenziato come, dall'esempio di unità e di vita del grande pontefice polacco, Ruini abbia saputo trarre quell'impulso necessario per dare vita a intuizioni e iniziative destinate a lasciare un segno indelebile; su tutte, il cosiddetto "progetto culturale cristianamente orientato", un tentativo ambizioso di riannodare i fili del rapporto tra fede e ragione, tra Vangelo e cultura, in un'epoca che sembrava aver smarrito la bussola dei valori fondamentali.

«La Chiesa italiana gli deve moltissimo», ha ribadito con forza Leone XIV, quasi a voler sottolineare il debito di gratitudine che l'intero episcopato nazionale ha contratto con la sua opera lungimirante, capace di interpretare i segni dei tempi senza mai cedere a facili accomodamenti o a tentazioni di irrilevanza.

Il commiato e la presenza delle istituzioni

Tra i banchi della basilica, a porgere l'ultimo saluto al porporato, si sono alternati esponenti del mondo politico e istituzionale, segno tangibile del peso specifico che la figura di Ruini ha rivestito anche oltre i confini della Chiesa, in quello spazio di confronto civile dove egli ha sempre inteso portare il contributo del pensiero cattolico, fatto di valori non negoziabili e di un'antropologia cristiana radicata nella concezione integrale della persona.

La presenza del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, dell'ex presidente del Consiglio Romano Prodi e del senatore Pierferdinando Casini, ha confermato come il cardinale abbia saputo instaurare un dialogo privilegiato con la politica, intendendo quest'ultima non come una dimensione estranea alla missione ecclesiale, ma come un campo di impegno privilegiato per i credenti, chiamati a testimoniare la loro fede anche attraverso l'azione amministrativa e legislativa.

Il rito, che ha visto la partecipazione commossa di numerosi fedeli e di rappresentanti del clero romano, si è concluso con la benedizione apostolica impartita da Papa Leone XIV, il quale ha affidato l'anima del cardinale Camillo Ruini alla misericordia del Padre, mentre la salma, al termine della cerimonia, è stata accompagnata per la successiva sepoltura nella tomba di famiglia a Dinazzano, sua terra natale, dove venerdì 19 giugno è prevista una seconda celebrazione funebre presieduta dal vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, Giacomo Morandi.

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