L'eredità di Ruini e il progetto culturale per una Chiesa rilevante

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Scomparso all'età di novantacinque anni, il cardinale Camillo Ruini lascia un vuoto profondo nella storia recente della Chiesa italiana, quella stessa Chiesa che per oltre due decenni ha guidato con mano ferma e con una visione strategica che pochi, nel bene e nel male, hanno saputo eguagliare.

La sua morte, avvenuta a Roma, chiude un'era in cui il porporato emiliano, nato a Sassuolo nel lontano 1931, è stato molto più di un semplice presidente della Conferenza Episcopale Italiana: è stato, per volontà di Giovanni Paolo II, l'interprete di un progetto ambizioso volto a ridefinire il rapporto tra i cattolici e la società italiana, in un periodo storico segnato dal crollo della Democrazia Cristiana e dall'ascesa di una nuova politica.

Per comprenderne appieno la figura, occorre andare oltre la lettura strettamente politica che spesso lo ha etichettato come "eminenza grigia" o come un "Richelieu" dei nostri tempi, per cogliere piuttosto la sostanza di un pastore che, come hanno ricordato molti, ha sempre anteposto la difesa dei valori non negoziabili a ogni altra considerazione di schieramento.

Dalla teologia alla guida della Cei: un percorso coerente

La carriera di Ruini, che lo ha visto passare dall'insegnamento della teologia dogmatica nei seminari all'episcopato, è stata caratterizzata da una fedeltà assoluta al magistero di Wojtyla, di cui è stato considerato il braccio operativo in Italia. Fu il Convegno di Loreto del 1985 a segnare uno spartiacque, mettendo in luce le qualità di un vescovo che, già allora, sapeva interpretare le esigenze del nuovo pontificato.

La sua ascesa fu rapida: nominato segretario generale della CEI nel 1986 e poi presidente nel 1991, Ruini si trovò a gestire una fase di transizione epocale, in cui l'unità politica dei cattolici, un tempo saldamente ancorata alla Democrazia Cristiana, andava in frantumi sotto i colpi di Tangentopoli.

Fu in quel contesto che maturò la sua intuizione più celebre e dibattuta, quella del cosiddetto "Progetto culturale", un'idea che mirava a spostare il baricentro dell'impegno cattolico dal partito alla cultura, per formare una mentalità condivisa capace di incidere sulle scelte del Paese al di là delle appartenenze politiche.

Non si trattava di un ritiro dalla politica, ma di un tentativo di cambiarne i termini, ponendo le questioni antropologiche e i valori della vita, della famiglia e della libertà di educazione come priorità assolute, come "principi non negoziabili" che dovevano orientare il dibattito pubblico.

Il confronto con Martini e la gestione della complessità

In questo percorso, la figura di Ruini è stata spesso contrapposta a quella del cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, quasi a rappresentare due anime opposte della Chiesa italiana: quella conservatrice e intransigente, e quella progressista e dialogante. Tuttavia, come ha osservato lo stesso Ruini in un'intervista rilasciata alla morte del suo confratello, questa dicotomia rischia di essere riduttiva e di immiserire la complessità di entrambi.

Se è vero che Ruini ha sempre guardato con scetticismo all'esperienza politica dell'Ulivo e ha avuto con il centrodestra di Silvio Berlusconi un dialogo più fecondo su temi come la difesa della famiglia, è altrettanto vero che la sua azione non può essere liquidata come un mero sostegno a uno schieramento.

L'invito all'astensione in occasione del referendum sulla procreazione assistita del 2005, che contribuì a far mancare il quorum, fu interpretato come un'eccezionale operazione di potere, ma per Ruini rappresentava una coerente applicazione del principio secondo cui la Chiesa deve essere "contestata ma non irrilevante".

La sua battaglia, come ha ricordato anche il teologo Vito Mancuso, era quella di una parte della Chiesa che, pur percependo la grandezza del Concilio Vaticano II, cercava di frenarne quelle che considerava derive dannose, opponendosi a un'interpretazione troppo "progressista" che vedeva in Martini il suo massimo esponente.

Un'eredità complessa tra fede e società

Al di là delle valutazioni politiche, il cardinale Ruini è stato innanzitutto un uomo di Chiesa profondamente radicato nella fede, come testimoniano le parole di chi lo ha conosciuto da vicino, descrivendolo come un vero pastore capace di passare ore a dialogare con i giovani, esortandoli a credere nelle proprie idee.

La sua lunga carica alla guida della CEI, che ha gestito con un'autorevolezza che gli è valsa il soprannome di "cardinale sottile", è stata alimentata da una concezione alta del ruolo dell'istituzione ecclesiale, che egli riteneva chiamata a intervenire su ogni aspetto della vita sociale e culturale. Lo dimostra l'impegno profuso nell'organizzazione di grandi eventi come il Convegno di Palermo e quello di Verona, attraverso i quali cercava di intercettare il fermento del laicato cattolico e di offrire una risposta alle sfide della modernità.

Negli ultimi anni, pur in sedia a rotelle e con la salute ormai compromessa, non aveva mai smesso di osservare con attenzione i mutamenti della società, come dimostrano le sue riflessioni sul fenomeno dell'immigrazione e sulla difesa dell'identità occidentale.

Il suo motto episcopale, "Veritas liberabit nos", la verità ci renderà liberi, è forse la chiave per comprendere l'intera esistenza di questo teologo diventato principe della Chiesa, che ha sempre cercato di affermare una verità che, a suo avviso, andava al di là delle contingenze e delle mode culturali.

La fine di un'era e il confronto con il presente

Con la morte di Camillo Ruini, avvenuta mentre la Chiesa sta vivendo la nuova stagione del pontificato di Leone XIV, si chiude definitivamente un capitolo fondamentale per il cattolicesimo italiano. La sua eredità, che è insieme culturale e politica, pastorale e strategica, rimane oggi più che mai oggetto di confronto, in un'Italia profondamente cambiata rispetto a quella che lui aveva conosciuto ai tempi del suo massimo splendore.

Come ha sottolineato Papa Francesco, che ha raccolto il lavoro della commissione da lui presieduta su Medjugorje, la figura di Ruini impone una riflessione sul ruolo che la Chiesa, pur nei suoi distinguo e nelle sue divisioni interne, può ancora giocare nel dibattito pubblico. Che lo si consideri l'ultimo grande cardinale politico o un pastore che ha male interpretato i segni dei tempi, la sua azione è stata determinante nel plasmare l'identità dei cattolici italiani, chiamandoli a una presenza pubblica che non si accontentasse di essere marginale o folkloristica.

Il ricordo di Ruini, insomma, non è solo un esercizio di storiografia ecclesiastica, ma uno spunto per interrogarci sul senso stesso di quella "rilevanza" che egli tanto ha cercato per la Chiesa di cui è stato uno dei massimi protagonisti.

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