Il delfino Mimmo sta bene nella laguna di Venezia, e il monitoraggio dice: “A dover essere controllati sono gli uomini”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Da otto mesi, ormai, la sua pinna dorsale taglia le acque del bacino di San Marco, e chi vive o lavora a Venezia ci ha fatto l’abitudine, quasi fosse uno dei tanti personaggi che popolano la scena lagunare. Mimmo, questo il nome affibbiatogli dai residenti – anche se sul sesso, va detto, regna ancora l’incertezza –, è un giovane tursiope che dalla scorsa estate ha deciso di stabilirsi in uno degli habitat antropizzati più complessi del pianeta. L’ultimo monitoraggio condotto dal team del Cert dell’Università di Padova, in collaborazione con il Museo di Storia Naturale di Venezia e con il supporto del Comune e della Protezione Civile, ne certifica l’ottimo stato di salute: le ferite che in passato ne avevano segnato la pelle sono completamente rimarginate, e le registrazioni effettuate tramite idrofono, quelle che ne catturano i click di ecolocalizzazione, confermano un’attività di foraggiamento regolare e un orientamento perfetto, privo di quelle anomalie che solitamente denotano situazioni di sofferenza. Il mammifero, insomma, ha dimostrato una capacità di adattamento sorprendente, nutrendosi di cefali e muovendosi con disinvoltura tra i natanti, in un contesto che per qualsiasi altro cetaceo rappresenterebbe un rischio letale. Ma la scienza, si sa, non si accontenta delle apparenze.

Il paradosso veneziano: un delfino abituato all’uomo, ma è l’uomo il problema

Proprio mentre i ricercatori ne decretano la buona salute, un gruppo di esperti guidato da Guido Pietroluongo ha pubblicato uno studio sulle pagine di Frontiers in Ethology che ribalta la prospettiva: non è Mimmo a dover essere gestito, né tantomeno allontanato, ma sono gli esseri umani a dover modificare i propri comportamenti. L’animale, spiegano, frequenta assiduamente l’area antistante Piazza San Marco, uno dei crocevia nautici più trafficati al mondo, dove vaporetti, motoscafi e gondole intrecciano rotte spesso imprevedibili. Il pericolo, per lui, non è rappresentato dalla mancanza di prede o dalle difficoltà ambientali, quanto piuttosto dalle eliche delle imbarcazioni e dallo stress causato da un’eccessiva e talvolta morbosa vicinanza. I tentativi, già messi in atto in passato, di riaccompagnarlo verso il mare aperto utilizzando segnali acustici si sono rivelati vani: Mimmo sembra aver eletto la laguna a propria dimora, e forzarlo a lasciarla, magari con un intervento di cattura, esporrebbe l’animale a traumi ben più gravi di quelli che si corrono restando dove è. Il punto, sottolineano gli studiosi, non è quindi modificare le abitudini del delfino, bensì imporre delle regole rigide a chi condivide il suo spazio.

Un progetto di monitoraggio e sensibilizzazione per una convivenza possibile

Da qui nasce l’iniziativa, partita ufficialmente lo scorso 27 gennaio, che prevede uscite settimanali di osservazione alternate tra l’ateneo patavino e il Museo di Storia Naturale. Durante queste missioni, che durano circa due ore ciascuna, i biologi raccolgono dati fotografici e video, ne analizzano i movimenti e la frequenza delle immersioni, cercando di costruire un quadro dettagliato delle sue abitudini. Ma l’aspetto forse più innovativo del progetto, che vede la luce in queste settimane, è di natura squisitamente pedagogica: in vista della primavera, quando il flusso di turisti e diportisti tornerà a intensificarsi, verranno avviate campagne di comunicazione mirate. L’obiettivo, spiegano i promotori, è insegnare ai cittadini e ai visitatori come comportarsi in presenza di un animale selvatico protetto, ribadendo concetti che parrebbero scontati ma che evidentemente non lo sono: non inseguirlo, non tentare di toccarlo, non alimentarlo e, soprattutto, ridurre la velocità delle imbarcazioni quando si transita nelle aree da lui frequentate. Marco Bonato, dell’Università di Padova, ha ribadito come il monitoraggio non abbia evidenziato criticità comportamentali, ma è proprio in assenza di queste che si può lavorare per prevenire incidenti futuri, piuttosto che doverli poi constatare.

Le regole da rispettare per proteggere un ospite speciale

In fondo, la storia di Mimmo non fa che riportare alla luce un antico rapporto tra la città e il suo mare: un tempo, prima dell’espansione tumultuosa del traffico acqueo e del turismo di massa, i delfini erano avvistamenti ricorrenti in laguna. Oggi la sua presenza viene letta dagli esperti come un promemoria, una fotografia di ciò che quelle acque rappresentavano e di come potrebbero tornare a essere se solo si adottassero le giuste cautele. Per questo, il team di ricerca insiste sull’applicazione rigorosa delle normative già esistenti, quelle che vietano qualsiasi interazione dannosa con la fauna selvatica. Perché se è vero che il tursiope ha dimostrato una notevole resilienza, cavandosela con intelligenza tra i flutti e le onde dei mezzi pubblici, è altrettanto vero che la responsabilità ultima della sua incolumità ricade su chi quei mezzi li conduce. E mentre lui continua a nuotare incurante, quasi fosse diventato una delle attrazioni fisse del panorama veneziano, gli scienziati avvertono che l’unica strada percorribile è quella del rispetto reciproco, fatto di distanze regolamentari e di buon senso, nella speranza che la sua libertà non venga soffocata proprio da chi, di quella libertà, dovrebbe essere il primo custode.

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