Penelope Cruz a Cannes: “Sul set ballavo e piangevo, pensavo di avere un aneurisma”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   CANNES. C’è un momento, durante la frenesia della Croisette, in cui il cinema smette di essere finzione e diventa carne viva, e quel momento – per Penelope Cruz – è arrivato mentre indossava una parrucca per interpretare una coupletista. La scena, quella che i registi Javier Calvo e Javier Ambrossi (noti come “Los Javis”) avevano preparato per ore con decine di comparse, prevedeva che l’attrice salisse su un carro armato cantando e ballando. Invece, nella sua testa, mentre il truccatore sistemava l’ultimo ciuffo, echeggiava la telefonata di un medico: la possibilità, poi rivelatasi un falso allarme, di un aneurisma cerebrale. «Ho pianto in poltrona cercando di non rovinare il makeup – ha raccontato l’attrice spagnola in conferenza stampa – e poi mi sono alzata e ho recitato».

La rivelazione, arrivata durante la presentazione de La Bola Negra in concorso per la Palma d’Oro, ha scosso la sala per la cruda sincerità con cui l’attrice ha descritto la solitudine del mestiere. Perché Cruz, da professionista navigata qual è, ha fatto una scelta precisa: non ha detto nulla né ai due Javier né alla troupe. «Loro avevano passato cinque ore a preparare quella scena con tutti i figuranti – ha spiegato citando il rispetto per il lavoro altrui –, fermare tutto per un sospetto medico mi avrebbe reso molto triste oggi». Così, per dodici ore consecutive, tra un ciak e l’altro, Penelope Cruz ha convissuto con l’ansia di un vaso sanguigno che avrebbe potuto cedere da un momento all’altro, chiedendosi se quella fosse l’ultima volta che vedeva la luce dei riflettori.

Dal punto di vista strettamente clinico – come definito dal Manuale MSD – un aneurisma cerebrale è una dilatazione anomala della parete di un’arteria, spesso silente per anni, ma il cui rischio principale (in caso di rottura) è una grave emorragia subaracnoidea, capace di provocare quella che i neurologi definiscono “la peggiore cefalea mai provata”. Nel caso dell’attrice madrilena, però, a differenza di quanto accade per molti pazienti che scoprono queste malformazioni per caso durante esami routinari, l’allarme si è rivelato infondato dopo i successivi accertamenti. «Il giorno dopo il dottore mi ha detto che era un falso allarme – ha aggiunto Cruz visibilmente sollevata –, ho pensato fosse un miracolo».

La scena del carro armato e il peso del silenzio

C’è un aspetto, in questa vicenda, che illumina la differenza tra la cronaca rosa e la realtà del set. Mentre la stampa internazionale si concentrava sul tappeto rosso e sulla standing ovation di un quarto d’ora ricevuta dal film -1-4, Penelope Cruz stava rivivendo uno dei “momenti più surreali” della sua vita. La sceneggiatura di La Bola Negra (che intreccia tre storie queer ispirate a un’opera incompiuta di Federico García Lorca) richiedeva una performance energetica e vitale -4; lei, invece, sentiva il peso della morte sulla nuca mentre muoveva i fianchi. «Essere lassù pensando di avere un aneurisma – ha confessato – è stato surreale, non sapevo se fosse verità o finzione».

Eppure, quella che poteva sembrare una maschera di professionismo nascondeva un dramma intimo. L’attrice ha rivelato di aver chiamato il medico per chiedergli se poteva ballare e cantare per le successive ore, ricevendo un “sì” carico di ambiguità. Solo dopo aver ultimato la sequenza – quella che vede il suo personaggio, Nené, esibirsi tra i soldati – Cruz ha deciso di confessare tutto a Los Javis, i quali, da parte loro, offrirono immediatamente di bloccare la produzione. Lei rifiutò. «Il mondo là fuori va avanti», ha tagliato corto l’attrice, spiegando che a volte condividere queste esperienze è necessario, non per ottimismo, ma per raccontare come si debba andare avanti nonostante le difficoltà.

L’aneurisma silenzioso e la diagnosi errata: cosa accade nel cervello

Sebbene la paura di Penelope Cruz si sia risolta in un lieto fine, il suo racconto riaccende i riflettori su una patologia subdola. Secondo i dati riportati da fonti mediche, gli aneurismi cerebrali interessano una fetta non trascurabile della popolazione (tra il 3% e il 5%), colpendo maggiormente le donne e le persone tra i 30 e i 60 anni. Spesso asintomatici, quando sono di dimensioni ridotte restano inosservati per decenni; ma il timore dell’attrice non era infondato, dato che un eventuale riversamento di sangue nello spazio subaracnoideo può portare a coma o morte improvvisa.

La diagnosi errata, o meglio il “sospetto” diagnostico che ha terrorizzato Cruz, è un incidente di percorso più comune di quanto si creda. «Un medico mi ha chiamato mentre mi stavano mettendo la parrucca – ha ricostruito l’attrice – dicendomi che da alcuni esami sembrava ci fosse la possibilità di un aneurisma». Fu quella telefonata, arrivata nel momento di massima vulnerabilità, a innescare la reazione a catena: la paura, le lacrime e quella sensazione di straniamento che l’ha accompagnata sul set. «Forse stavo morendo, e c’era la vita accanto a me», ha riflettuto ad alta voce, descrivendo il contrasto stridente tra la festa della finzione cinematografica e la concretezza di un’emergenza medica.

Tra Bardem, Almodóvar e il ritorno a Cannes

La 79esima edizione del Festival non segna solo il ritorno di Cruz sulla Croisette a distanza di anni (dove nel 2006 vinse il premio per l’interpretazione femminile con Volver), ma rappresenta anche una sorta di chiusura di un cerchio familiare. Sebbene l’attrice sia molto attenta a proteggere la sua vita privata con Javier Bardem, proprio in queste ore è riemerso il ricordo del loro primo incontro sul set del lontano 1992 per Prosciutto, prosciutto. «Girare quella scena di sesso fu un vero trauma – ha ammesso –, talmente forte che per anni rifiutai qualsiasi altra scena di intimità».

Ma a Cannes si guarda avanti, e lo sguardo è quello di Penelope Cruz verso i suoi “maestri”. Ha definito Pedro Almodóvar come il suo punto di riferimento assoluto («spero di fare altri sette film con lui») e non ha lesinato elogi per Los Javis, definiti “persone straordinarie” per come hanno gestito la crisi sanitaria. Dopo l’ovazione di quindici minuti al Palazzo dei Festivali, La Bola Negra esce dal cinema come dall’incubo di Cruz: viva, vitale e sorprendentemente reale. «Sono rimasta commossa dalla loro generosità – ha detto riferendosi ai registi – perché erano gli unici a sapere cosa mi stava succedendo, finché tutto è passato».

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