L’intelligenza artificiale nelle Pmi italiane: un potenziale inespresso tra dati fragili e competenze scarse
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Redazione Economia
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Il dato, per quanto crudo, fotografa un divario che non è più solo tecnologico ma diventa strutturale: solo l’8 per cento delle piccole e medie imprese italiane ha avviato progetti concreti o sperimentazioni con l’intelligenza artificiale, mentre la media europea si attesta al 13,5 per cento. Una forbice che si allarga ulteriormente se si guarda ai grandi gruppi, dove l’adozione dell’AI supera ormai soglie critiche e si integra con processi consolidati, e che racconta di un sistema produttivo, quello italiano, ancora ancorato a modelli gestionali tradizionali.
Eppure, il mercato nazionale dell’intelligenza artificiale ha toccato 1,8 miliardi di euro nel 2025, quasi nove volte il valore del 2018, con una crescita annua del 50 per cento che lascia intendere come l’interesse ci sia, eccome, ma si scontri con ostacoli ben più radicati della semplice volontà di innovare.
Competenze e governance dei dati: i due colli di bottiglia
La frenata, a guardare i numeri, non dipende da una mancanza di visione strategica quanto da due carenze strutturali: la scarsa qualità e governabilità dei dati aziendali e l’assenza di competenze specifiche interne. Le Pmi italiane, per la loro stessa natura frammentata e spesso a conduzione familiare, faticano a strutturare archivi informativi puliti e interoperabili, condizione indispensabile per alimentare modelli di machine learning e sistemi generativi.
Senza una solida base dati, qualsiasi algoritmo resta uno strumento inutile e, in molti casi, perfino pericoloso per le decisioni aziendali. A ciò si aggiunge il problema delle risorse umane: le competenze in materia di AI compaiono oggi nel 76 per cento delle offerte di lavoro per profili qualificati, con un balzo del 93 per cento in un solo anno, ma la domanda supera di gran lunga un'offerta formativa ancora inadeguata e poco capillare sul territorio.
Il peso della componente generativa e il rischio di un’innovazione a due velocità
Se si isola il segmento dell’AI generativa, il quadro diventa ancora più paradossale: questa componente vale già il 46 per cento dell’intero mercato italiano, segnale che le imprese vedono nel linguaggio naturale e nella creazione automatica di contenuti una frontiera immediatamente applicabile. Ma proprio questa spinta, per quanto vivace, rischia di acuire le disuguaglianze tra chi può permettersi di investire in infrastrutture e talenti – i grandi gruppi, appunto – e chi invece resta intrappolato in un circolo vizioso fatto di risorse limitate e priorità operative di breve periodo.
Il tasso medio di adozione dell'8,2 per cento racconta infatti di un’Italia che, pur avendo gli asset per giocare un ruolo da leader in Europa, come riconosciuto da diversi osservatori, si trova ancora in una posizione di follower, subendo l’innovazione più che generarla attivamente.
Il fattore umano come leva strategica, non come ostacolo
In questo scenario, il tema delle risorse umane non è un dettaglio marginale ma la chiave di volta per qualunque tentativo di svolta digitale. Andrea Bortolazzi, VP & Opportunity Leader di Fluida, società attiva in ambito HR, sottolinea come «il consulente aumentato» rappresenti l'evoluzione digitale del professionista tradizionale, una figura che non verrà sostituita ma la cui professione verrà trasformata in modo irreversibile.
I consulenti del lavoro, da sempre la bussola delle imprese italiane nella complessità normativa, potrebbero diventare il ponte naturale tra le esigenze delle Pmi e le potenzialità dell’intelligenza artificiale, a patto però che vengano messi nelle condizioni di acquisire nuove competenze e di interpretare i dati con occhio critico. La formazione continua, insomma, non è un costo ma l'unico investimento in grado di rendere l'innovazione davvero inclusiva e pervasiva, evitando che il divario dimensionale si trasformi in un abisso incolmabile.




