Il governo svizzero critica l'operazione militare Usa in Venezuela, ricordando le complesse vicende dell'oro venezuelano.
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Redazione Esteri
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Il ministero degli esteri svizzero ha dichiarato, in una nota diffusa mercoledì 7 gennaio, che l'attacco condotto dagli Stati Uniti in territorio venezuelano il 3 gennaio 2026 non può ritenersi giustificato dal diritto internazionale. L'azione militare, secondo Berna, violerebbe infatti due capisaldi del diritto delle nazioni: il principio che vieta l'uso della forza e quello che impone il rispetto dell'integrità territoriale degli Stati. Una presa di posizione netta, quella della Confederazione Elvetica, che arriva mentre il presidente Donald Trump, riconfermato alla Casa Bianca, mantiene una linea dura verso Caracas, e che si inserisce in un contesto storico ed economico già di per sé intricato tra i due paesi, legati da transazioni finanziarie il cui valore si calcola in miliardi.
Il silenzio dell'oro venezuelano nei caveau svizzeri
Proprio mentre il ministero degli esteri rilasciara la sua dichiarazione ufficiale, tornano infatti alla memoria vicende che sembrano tratteggiate da un romanzo di spionaggio finanziario, ma che appartengono alla cronaca reale. Tra il 2013 e il 2016, un periodo segnato da una crisi economica e sociale di proporzioni drammatiche per il Venezuela, un'enorme quantità di oro del paese – ben 113 tonnellate – ha compiuto un lungo viaggio attraverso l'Atlantico per essere depositata in Svizzera. Si trattava di un'operazione dal valore stimato in circa 4,14 miliardi di franchi svizzeri, una cifra che, convertita, supera i cinque miliardi di dollari. Un trasferimento di ricchezza materiale, quello avvenuto nei primi anni della presidenza di Nicolás Maduro, che sollevò allora, e continua a sollevare oggi, interrogativi profondi sulla destinazione di risorse che formalmente appartenevano, e forse appartengono ancora, allo Stato venezuelano.
Le ripercussioni economiche e i beni congelati
L'intervento militare statunitense, secondo diverse analisi, mira non solo al controllo delle immense riserve petrolifere del paese sudamericano, ma potrebbe avere pesanti ripercussioni anche sulla sorte di quelle riserve auree, parte delle quali risultano oggi congelate o sottoposte a sequestro tra la Svizzera e la Gran Bretagna. Si tratta di un patrimonio immenso, la cui gestione è da anni al centro di accese controversie legali e politiche, con il governo di Maduro che ne rivendica la proprietà e opposizioni internazionali che ne denunciano la sottrazione illecita. Gli economisti interpellati sull'argomento tendono comunque a sminuire l'impatto diretto che gli eventi venezuelani potrebbero avere sull'economia elvetica nel suo complesso, prevista in rallentamento per il 2026 a causa di un contesto globale già di per sé difficile; un impatto, dicono, che rimarrebbe comunque "scarso".
Una condanna legale in un panorama complesso
La posizione della Svizzera, pertanto, si delinea come un atto di condanna sul piano strettamente giuridico internazionale, un richiamo formale ai trattati e ai principi che regolano i rapporti tra stati sovrani. Essa emerge però da uno sfondo straordinariamente complesso, dove le rotte dell'oro e quelle della geopolitica si intrecciano in maniera spesso opaca. La dichiarazione del governo svizzero non fa menzione di queste intricate questioni patrimoniali, limitandosi a un giudizio di legittimità sull'uso della forza, ma è indubbio che il passato, con quei miliardi di valore transitati per i suoi porti finanziari, getti un'ombra lunga sulla crisi attuale. Un'ombra che rende la presa di posizione di Berna un tassello significativo, seppur tecnico, in un mosaico di interessi stratificati e di alleanze in movimento.




