Il nuovo Cpr di Castel Volturno e il modello del Panopticon tra ergastoli e scontro politico

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Per decenni, prima di essere definitivamente dismesso, l’ex ergastolo borbonico di Santo Stefano – quel microcosmo di pietra a meno di due chilometri da Ventotene, ricordato come una delle carceri più dure d’Italia – ha portato il sinistro soprannome di “tomba dei vivi”. La sua struttura circolare, lo si sapeva bene, non era frutto del caso: progettata per esercitare un controllo totale su ogni detenuto, costringeva gli uomini a vivere esposti a uno sguardo costante, privo di interruzioni. Quel modello, teorizzato nel lontano 1791 da Jeremy Bentham, rispondeva a un nome preciso: Panopticon. Ed è proprio questa architettura del potere visivo, a quanto risulta, a ispirare il nuovo Centro per il rimpatrio (Cpr) di Castel Volturno. Un progetto che, nelle intenzioni dei suoi sostenitori, dovrebbe efficientare la gestione dei migranti irregolari, ma che il presidente della Regione Campania, Roberto Fico, ha già definito inaccettabile. “I Cpr – ha dichiarato ieri a margine della presentazione del nuovo portale istituzionale di Palazzo Santa Lucia – non sono mai stati utili, di fatto, in nessuna Regione”, aggiungendo che i posti esistenti altrove risulterebbero persino sovradimensionati rispetto alle attuali necessità.

La “tomba dei vivi” come metafora di un controllo senza vie d’uscita

Quale sia il filo rosso che lega l’ergastolo borbonico all’infrastruttura annunciata a Castel Volturno, lo si coglie nel disegno architettonico del Panopticon: una centrale di sorveglianza in cui chi è rinchiuso non sa mai se in quel preciso istante viene osservato, e perciò interiorizza la disciplina. Nelle intenzioni originarie di Bentham, si trattava di un meccanismo “umanitario” – per quanto paradossale possa sembrare – volto a ridurre i contatti fisici tra guardie e prigionieri. Eppure, nella realtà delle carceri italiane dell’Ottocento, e in particolare a Santo Stefano, quella rotondità di mura si è tradotta in isolamento e disperazione. Ora, quel medesimo principio geometrico riaffiora in un Cpr, suscitando una levata di scudi trasversale: dai parroci del territorio ai vescovi di Caserta e Napoli, fino al governatore campano, che non ha esitato a paragonare il rischio di una sorveglianza pervasiva a un retaggio da Stato penitenziario preunitario.

Lo scontro politico s’inasprisce: Fico contro la Lega

Il livello dello scontro – politico, prima ancora che amministrativo – è destinato a salire. Lo si è capito quando Fico si è detto disponibile a “costituire un movimento pubblico” al fianco di comitati, associazioni e grandi aggregatori per contrastare il cantiere. Parole che hanno subito provocato una reazione durissima da parte della Lega: “Un presidente di Regione – si legge in una nota – non può mettersi a fomentare comitati e centri sociali contro un’opera dello Stato”. L’accusa è di alimentare posizioni ideologiche, laddove il governo – con il sostegno del partito di Matteo Salvini – rivendica invece “strumenti concreti” per governare il fenomeno migratorio. Fico, da parte sua, ribatte che “non capisce perché bisogna costruire un nuovo Cpr” quando altre regioni avrebbero già posti letto inutilizzati. Nessuna delle due parti, al momento, ha fornito cifre aggiornate sulla capienza reale degli attuali centri, né sull’effettivo tasso di trattenimento dei migranti irregolari.

Tra protesta territoriale e sviluppo negato

A Castel Volturno, però, la contesa non è solo tra istituzioni. Il comitato spontaneo che da settimane raccoglie firme ha trovato ascolto nei parroci locali, i quali denunciano un’area già martoriata da emergenze abitative e criminalità – senza per questo addentrarsi in dettagli di cronaca nera, ma limitandosi a chiedere “un’altra vocazione” per il territorio. Fico ha raccolto la richiesta, annunciando che la Regione punterà “sul rilancio economico e sociale” piuttosto che su una struttura detentiva mascherata. Eppure, né la giunta campana né i promotori del Cpr hanno finora presentato progetti alternativi concreti. Resta il fatto che l’ombra del Panopticon – con tutta la sua carica simbolica di controllo asfissiante – si allunga oggi su una delle coste più problematiche della Campania, mentre il centrodestra al governo accusa l’opposizione regionale di ostruzionismo. Nessuna sentenza è stata emessa, nessun veto definitivo: solo una sequenza serrata di dichiarazioni, appelli e promesse che, per ora, lasciano il cantiere in bilico tra la memoria di un ergastolo dell’Ottocento e le urgenze di un presente segnato dalle rotte migratorie.

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