La Sicilia brucia, ancora: tra emergenza e criminalità, il disastro si ripete

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Sicilia è di nuovo in fiamme, e non è una novità. Estate dopo estate, l’isola si ritrova a fare i conti con roghi che divorano boschi, riserve naturali, terreni agricoli, mentre le istituzioni rincorrono l’emergenza senza mai prevenirla davvero. Quest’anno, però, la situazione sembra particolarmente grave: solo nell’ultima settimana sono andati in fumo oltre duemila ettari di vegetazione, tra l’Ennese, il Trapanese e le isole minori, con un picco di 380 incendi registrati in un solo giorno.

Tra le zone più colpite c’è la Riserva Naturale dello Zingaro, un patrimonio ambientale unico, devastato da un incendio divampato nella notte tra venerdì e sabato. Le fiamme, spinte dallo scirocco e dalle temperature roventi, hanno lambito San Vito Lo Capo e Scopello, costringendo all’evacuazione decine di famiglie e mettendo in pericolo interi ecosistemi. Solo dopo ore di interventi, i vigili del fuoco sono riusciti a circoscrivere il rogo, ma il danno è ormai fatto. Non è un caso isolato: a Enna, un altro incendio brucia da quattro giorni, partito da un bosco vicino all’A19, che ha reso necessarie persino la chiusura dell’autostrada.

Dietro a molti di questi eventi, oltre alla siccità e al caldo estremo, si nasconde spesso la mano dell’uomo. Non solo negligenza, ma veri e propri atti criminali, come dimostrano le indagini aperte in diverse province. Eppure, nonostante gli allarmi lanciati da anni, la prevenzione fatica a decollare. Gli interventi, quando arrivano, sono quasi sempre emergenziali: canadair, elicotteri, squadre di terra che lavorano senza sosta, ma senza un piano strutturale che eviti che il dramma si ripeta.

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