Sciopero alla Maserati, braccia incrociate per le ultime 4 ore di ogni turno: “Mancato riconoscimento del premio di risultato”
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Redazione Economia
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La tensione salariale dentro gli stabilimenti modenesi del Tridente ha trovato oggi la sua manifestazione concreta. Le tute blu della Maserati, in viale Ciro Menotti, hanno incrociato le braccia per le ultime quattro ore di ciascun turno di lavoro, aderendo allo sciopero proclamato dalla Fiom Cgil e dalle Rsa di fabbrica. Una mobilitazione, questa, che ha visto anche un presidio concentrato davanti ai cancelli tra le 12.30 e le 13.30, a testimoniare il clima di malcontento che si è ormai accumulato tra i dipendenti del marchio del lusso. L’oggetto del contendere, va detto senza giri di parole, è il mancato riconoscimento del premio di risultato: un istituto contrattuale che, per quest’anno, Stellantis ha di fatto azzerato per tutti i propri stabilimenti italiani, e la cui assenza viene vissuta dai lavoratori come un vero e proprio schiaffo.
La motivazione ufficiale addotta dalla multinazionale, come hanno tenuto a sottolineare i rappresentanti sindacali durante l’iniziativa, risiede nel raggiungimento solo parziale degli obiettivi produttivi fissati a livello generale per il gruppo. Tuttavia, la Fiom contesta apertamente questa lettura, ribaltando la prospettiva: se gli obiettivi non sono stati centrati, sostengono dal sindacato, la causa è da ricercarsi altrove, ovvero nella cronica carenza di investimenti da parte dell’azienda. Una scelta di disimpegno, quella del gruppo guidato da John Elkann e ora affidato alle strategie del nuovo amministratore delegato Antonio Filosa, che la Cgil denuncia ormai da anni e che oggi produrrebbe i suoi effetti più amari proprio sulle buste paga. Non solo cassa integrazione, quindi, ma anche il venir meno di una componente retributiva variabile che, per i metalmeccanici, costituisce una fetta tutt’altro che secondaria del reddito annuale.
La beffa dei bonus negati e la questione degli alti compensi ai vertici
Oltre al danno, come si suol dire, anche la beffa. La mobilitazione odierna, infatti, si inserisce in un quadro che i sindacati non esitano a definire paradossale. Mentre si comunica ai dipendenti degli stabilimenti italiani che il premio non verrà erogato, altre aree del mondo, come il Sud America, il Nord Africa e il Medio Oriente, dove il gruppo ha continuato a iniettare capitali e a mantenere alti i volumi produttivi, vedranno invece riconosciuta questa voce in busta paga. Una disparità di trattamento geografica che, nelle parole della Fiom, dimostrerebbe in modo inequivocabile la volontà del gruppo di orientare i propri sforzi industriali lontano dal nostro Paese. E mentre le lavoratrici e i lavoratori si vedono negare un compenso legato ai risultati, i riflettori si accendono inevitabilmente sui compensi stellari garantiti ai piani alti della società.
Il confronto, in questi casi, diventa impietoso. La Fiom, nel diffondere la notizia dello sciopero, ha voluto ricordare come, a fronte delle difficoltà dichiarate e delle mancate erogazioni ai dipendenti, i vertici aziendali continuino a percepire retribuzioni milionarie. Il pacchetto di compensi che era stato garantito all’ex amministratore delegato Carlos Tavares, così come gli stipendi base e i bonus legati agli obiettivi per il nuovo AD Filosa e per il presidente Elkann, rappresentano un dato di fatto che alimenta la percezione di una profonda ingiustizia. I lavoratori, infatti, si trovano a dover assorbire l’impatto delle scelte strategiche del gruppo — scelte che hanno portato a rallentamenti produttivi e a periodi di inattività — vedendo al contempo assottigliarsi il proprio potere d'acquisto.
I meccanismi del premio e il dissenso sul modello contrattuale
L’assenza del premio non è, peraltro, una variabile indipendente dalle scelte di politica industriale. I sindacati, in particolare la Fiom, sottolineano come i criteri che regolano l’erogazione di questa somma siano legati a doppio filo alle performance produttive. Se le linee rallentano o si fermano, gli indicatori non possono che arretrare. Da qui la critica radicale a un sistema che, a loro avviso, penalizza i dipendenti per scelte che non dipendono dalla loro volontà o dal loro impegno. Il Contratto Collettivo Specifico di Lavoro (CcsL) in vigore in Stellantis, mai sottoscritto dalla Fiom, viene additato come lo strumento che avrebbe di fatto svuotato di contenuti la contrattazione di secondo livello, subordinando il salario agli obiettivi aziendali in un’ottica ritenuta punitiva per il lavoro italiano.
All’ombra del presidio sotto la pioggia, se c’è, o semplicemente davanti ai cancelli chiusi dello stabilimento di Modena, si respira un’aria che va oltre la semplice rivendicazione economica. È la richiesta di chiarezza sul futuro industriale di un marchio che rappresenta l’eccellenza e che oggi si trova, invece, a fare i conti con l’incertezza. L’annuncio del presidente Elkann, che aveva definito il 2025 come un anno “molto difficile”, prevedendo per il 2026 una ripresa grazie al lancio di nuovi modelli e aggiornamenti di prodotto, non sembra aver placato gli animi. Le promesse di investimenti futuri, in questo clima, si scontrano con la realtà di un presente fatto di ammortizzatori sociali e di trattative serrate per il recupero di quote di mercato e di produzione, lasciando i dipendenti in una condizione di attesa che rischia di logorare il tessuto sociale e produttivo dell’intera area.




