Iran, il doppio incubo dei prigionieri tra le torture dei guardiani e le bombe straniere
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Redazione Esteri
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La detenzione in Iran, è bene chiarirlo subito, non è mai stata una vicenda umanitaria né tantomeno un capitolo secondario nella gestione del dissenso interno. Tuttavia, con l’escalation militare che ha coinvolto Stati Uniti e Israele nei bombardamenti contro obiettivi strategici della Repubblica Islamica, la condizione di chi si trova dietro le sbarre è precipitata in un baratro di violenza sistematica e abbandono forzato. Migliaia di detenuti, secondo i rapporti congiunti di Human Rights Watch e della Rete Curda per i Diritti Umani, si trovano oggi a subire una doppia minaccia: da un lato la repressione spietata delle autorità penitenziarie, storicamente accusate di massacri e pratiche di tortura rituale; dall’altro il terrore degli attacchi aerei che, come dimostrato dal rapporto dell’Onu sull’attacco alla prigione di Evin dello scorso giugno, non risparmiano le strutture civili. Il caso della prigione di Marivan, danneggiata da un ordigno, è solo l’esempio più recente di come il diritto internazionale umanitario venga sistematicamente calpestato in un conflitto dove i confini tra bersaglio militare e civile sono ormai del tutto dissolti.
L’incubo della prigione di Evin e le strutture segrete
Non si può parlare di questo sistema carcerario senza menzionare il famigerato carcere di Evin, a Teheran, dove la premi Nobel per la pace Narges Mohammadi è stata sottoposta a un regime di isolamento che rasenta la tortura psicologica. Arrestata il 12 dicembre durante la commemorazione dell’avvocato curdo Khosrow Alikurdi, Mohammadi è stata trattenuta in una località sconosciuta insieme ad altre attiviste come Pouran Nazemi e Sepideh Gholian, subendo percosse che hanno richiesto cure ospedaliere multiple. La testimonianza di Nazemi, rilasciata dopo due mesi di isolamento, è emblematica di una strategia detentiva che punta alla cancellazione dell’individuo: “Ci hanno portato in cella senza accuse, senza contatti con l’esterno, lasciandoci marcire nel silenzio”. Le autorità iraniane, attraverso il procuratore Movahedi, hanno respinto le critiche occidentali definendole “ingerenze”, mentre la magistratura di Mashhad ha confermato l’arresto di almeno 39 persone con l’accusa di “guerra contro Dio”. In questo quadro, la denuncia della Fondazione Mohammadi sull’uso di strutture gestite dal Ministero dell’Intelligence e dai Guardiani della Rivoluzione evidenzia una realtà di sparizioni forzate e detenzioni arbitrarie che nulla ha da invidiare ai peggiori regimi totalitari.
La fame, le bombe e il rifiuto dei rilasci umanitari
La situazione si aggrava ulteriormente se si analizzano le condizioni materiali di vita all’interno delle celle. Fonti raccolte da Human Rights Watch parlano di un drastico calo della qualità e della quantità del cibo fornito ai prigionieri, a cui si aggiunge la negazione sistematica dell’accesso ai farmaci essenziali. Quando le bombe degli Stati Uniti e di Israele hanno iniziato a cadere vicino alle prigioni di Isfahan, Mahabad e Zanjan, il panico si è diffuso tra i detenuti, molti dei quali sono rimasti bloccati nei reparti sotto chiave mentre il personale di sorveglianza abbandonava i propri posti. Un paradosso crudele, se si considera che una risoluzione del Consiglio Giudiziario Supremo iraniano del 1986 prevede il rilascio condizionato dei carcerati in tempo di guerra; una norma che Teheran ha però scelto di ignorare, preferendo trasformare i prigionieri in ostaggi o, peggio, in condannati a morte. Le impiccagioni di Mohammad Amin Biglari, 19 anni, e di Amirhossein Hatami, 18 anni, avvenute tra il 2 e il 5 aprile, sono la prova che il regime non solo non intende cedere al ricatto umanitario, ma utilizza il caos bellico per accelerare le esecuzioni di massa.
Il vuoto di protezione e le condanne internazionali
L’inerzia della diplomazia internazionale, di fronte a questo massacro silenzioso, appare sempre più come una complicità involontaria. Mahmood Amiry Moghaddam, direttore dell’Iran Human Rights con sede a Oslo, ha sottolineato come le speranze di un “cambio di regime” alimentate dai bombardamenti si siano rivelate una tragica illusione: “La popolazione ha capito che la crisi non ha mai avuto a che vedere con la loro oppressione”, ha dichiarato all’agenzia Dire, “Israele e Stati Uniti hanno colpito ospedali e scuole, e molta gente è morta”. Il cessate il fuoco, già fragile nelle ultime ore, rischia di essere solo una tregua apparente per i prigionieri curdi e gli attivisti politici rinchiusi nelle segrete di Evin. L’ex allenatore e le figure di potere che avevano scommesso sulla pressione militare come leva per i diritti umani devono ora fare i conti con una realtà amara: gli attacchi aerei non hanno liberato nessuno, ma hanno solo aggiunto il terrore delle macerie alla routine della tortura. La relazione della Commissione d’inchiesta ONU, che ha definito l’attacco a Evin un “crimine di guerra”, rimane inascoltata, mentre i corrieri delle sentenze di morte continuano a bussare alle porte delle celle.




