La “famiglia nel bosco” resta divisa: la Corte d’Appello dichiara improcedibile il reclamo, i minori rimangono in comunità
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Redazione Interno
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La Corte d’Appello dell’Aquila, sezione minorile, ha emesso un verdetto che, di fatto, congela l’attuale configurazione familiare per i coniugi anglo-australiani: il reclamo presentato dai loro difensori, volto a contestare il provvedimento di allontanamento della madre dalla struttura protetta, è stato dichiarato improcedibile. Di conseguenza, i tre figli della coppia – due gemelli di 6 anni e una bambina di 8 – continueranno a risiedere nella casa famiglia di Vasto (Chieti), lontani dalla quotidianità genitoriale, dove sono stati collocati dal successivo 20 novembre.
Un rinvio tecnico che pesa come una sentenza
In un’ordinanza di sedici pagine, i giudici d’appello hanno sostanzialmente rispedito la palla nel campo del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, evitando di pronunciarsi nel merito delle contestazioni sollevate dai legali Marco Femminella e Danila Solinas. Questa decisione, che i difensori tengono a precisare non essere un “rigetto” bensì una declaratoria di “improcedibilità”, lascia i piccoli affidati alla comunità educativa, dove – nonostante i riconosciuti progressi nel comportamento della coppia riguardo alle istanze abitative e sanitarie – permangono le criticità segnalate dagli assistenti sociali. I genitori, che avevano presentato un ricorso di 37 pagine già lo scorso 18 marzo, dovranno attendere che sia il giudice minorile a rivalutare la situazione nella “pienezza del contraddittorio delle parti”.
L’urlo nella notte che non smuove la toga
Mentre il dibattito infuria tra chi sostiene la tutela del “superiore interesse del minore” e chi denuncia una “violenza istituzionale”, emerge un particolare che rende la cronaca giudiziaria particolarmente cruda: un audio, finito agli atti e pubblicato da alcuni organi di stampa, in cui uno dei gemellini viene sorpreso a piangere disperatamente nel cuore della notte. Nella registrazione, effettuata dalla madre Catherine Birmingham quando ancora le era consentito vivere nella struttura (prima dell’allontanamento del 6 marzo), il piccolo urla “Mummy, mummy” finché la donna non scende a prenderlo, infrangendo le regole della comunità per portarlo con sé al piano superiore. “Ho paura”, sussurra il bambino, “di non tornare a casa”. Eppure, nemmeno questo grido d’angoscia – che i periti della difesa e lo psichiatra Tonino Cantelmi utilizzano come prova del trauma causato dall’isolamento coatto – ha convinto la Corte a derogare dalla linea dura imposta dai servizi sociali; anzi, gli stessi giudici hanno inquadrato quelle manifestazioni come “potenzialmente volontarie e deliberate”, una lettura che ha scatenato l’indignazione dei sostenitori del ricongiungimento immediato.
Perizie opposte e l’ombra di una “incapacità genitoriale”
Il sostrato scientifico del procedimento è peraltro controverso. Da un lato, la consulente tecnica d’ufficio Simona Ceccoli, in una sa relazione di 196 pagine, ha parlato chiaramente di “incapacità genitoriale”, evidenziando tratti di personalità materna e paterna che interferirebbero con i bisogni evolutivi dei minori, i quali – secondo la perita – devono rimanere in un contesto protetto per superare la condizione di isolamento sociale in cui versavano. Dall’altro, i consulenti della coppia, come lo psichiatra Tonino Cantelmi, hanno bollato il documento come “unilaterale e logorroico”, accusando il tribunale di ignorare le sofferenze documentate dalla madre e di delegittimarne il racconto trasformandolo in semplice ostilità. È in questo limbo di valutazioni divergenti che i tre fratelli restano sospesi, mentre i genitori – che nel frattempo avrebbero accettato di regolarizzare la scolarizzazione dei figli e le visite mediche – attendono che l’autorità giudiziaria si pronunci finalmente sul se e quando potranno riabbracciarli stabilmente.
Cautela obbligata per la cronaca
Sullo sfondo di questi sviluppi, prosegue l’intervento dei media, sebbene l’Ordine dei giornalisti abbia recentemente richiamato i colleghi al rispetto del Codice deontologico e della Carta di Treviso, invitando a non pubblicare dettagli troppo espliciti delle reazioni emotive dei piccoli per evitare di arrecare ulteriore danno o strumentalizzazioni politiche alla vicenda. Una raccomandazione, questa, che arriva mentre il caso continua a tenere banco nelle cronaca nazionale, senza che vi siano spiragli immediati per un ritorno alla “casa nel bosco” di Palmoli, quella dimora sperduta e fuori dal mondo che rimane il simbolo di una genitorialità alternativa giudicata incompatibile con le attuali normative di tutela minorile.




