Tregua in frantumi: l’Iran attacca gli Emirati (e l’Oman) mentre Trump minaccia la “sparizione” di Teheran
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Redazione Esteri
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Il cessate il fuoco che dall’inizio di aprile aveva tenuto sospeso il conflitto tra Stati Uniti e Iran – un fragile armistizio negoziato tramite la mediazione pakistana – è stato violentemente infranto nella giornata di ieri, quando droni e missili lanciati da Teheran hanno preso di mira il territorio degli Emirati Arabi Uniti e alcune aree costiere dell’Oman. Secondo il ministero della Difesa emiratino, le difese aeree locali sono riuscite a intercettare 12 missili balistici, 3 missili da crociera e 4 droni; ciononostante, un ordigno inesploso è precipitato in mare mentre un velivolo senza pilota ha colpito un impianto strategico nella zona industriale petrolifera di Fujairah, causando un vasto incendio e ferendo almeno tre cittadini indiani. Le autorità di Muscat, dal canto loro, hanno confermato che una struttura residenziale nella città di Bukha – situata proprio all’imbocco dello Stretto – è stata “bersaglio di un attacco”, senza tuttavia attribuire formalmente la responsabilità a Teheran, sebbene il contesto lasci pochi dubbi sulla matrice iraniana della violenza.
La reazione di Washington e la minaccia di Trump
La Casa Bianca, come era prevedibile, ha risposto con una durezza retorica che non si vedeva dai primi giorni del conflitto. Il presidente Donald Trump, interpellato in merito alle fiamme divampate nel Golfo, ha rilasciato dichiarazioni che fanno presagire una futura intensificazione delle operazioni militari: “Se ci colpiscono, verranno spazzati via dalla faccia della terra” ha avvertito il leader americano, riferendosi inequivocabilmente alle forze armate della Repubblica Islamica. Le sue parole arrivano a ridosso del lancio dell’operazione denominata “Progetto Libertà”, un’iniziativa targata Pentagon che mira a scortare le navi mercantili intrappolate nello Stretto di Hormuz – un vero e proprio collo di bottiglia per il commercio energetico globale da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Trump ha aggiunto, con il suo tipico stile tranchant, che senza la sua presenza al timone degli Stati Uniti “ci sarebbe già stata la Terza Guerra Mondiale”, rivendicando al contempo la totale estraneità della marina a stelle e strisce rispetto a un presunto attacco a una fregata americana; accuse che Washington ha prontamente smentito.
La versione di Teheran tra smentite e negoziati
Di diametralmente opposto avviso la posizione ufficiale iraniana, che si muove su un crinale fatto di prudenza diplomatica e minacce implicite. Da una parte, l’agenzia di stampa Irna ha citato un alto funzionario militare secondo cui “non esiste alcun piano per colpire gli Emirati Arabi”, scaricando la responsabilità di quanto accaduto sulla “malvagità militare americana” colpevole di aver creato un corridoio illegale nel passaggio interdetto. Dall’altra, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha rotto il silenzio per ribadire un concetto che sembra quasi un paradosso in piena guerra: “Non esiste una soluzione militare a una crisi politica”, ha dichiarato, aggiungendo comunque che i progressi nei negoziati sono comunque in atto nonostante le esplosioni della notte. È una linea, quella di Teheran, che cerca di riappropriarsi del ruolo di vittima o quantomeno di attore razionale, pur mentre i suoi vettori incendiano le coste dei vicini del Golfo. Le autorità emiratine hanno ovviamente respinto al mittente queste giustificazioni, parlando di “escalation pericolosa” e di violazione della sovranità nazionale.
Il petrolio vola e lo scenario si complica con l’ombra del Libano
Mentre le diplomazie arrancano, il mercato del petrolio ha già emesso la sua sentenza economica: il prezzo del greggio è schizzato oltre la soglia dei 110 dollari al barile, toccando picchi del 6% in una sola seduta, a causa dei timori per l’interruzione delle rotte commerciali vitali. Nel marasma generale, un altro fronte caldo rischia di allargare ulteriormente il perimetro del conflitto. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa libanese hanno lanciato un appello a Israelle perché consenta ai soccorritori di recuperare i corpi dei membri di un’intera famiglia – un uomo e almeno tre suoi congiunti – rimasti uccisi sabato scorso in un raid israeliano condotto con un drone a Zawtar el-Gharbiye, nel sud del Libano. Un episodio di cronaca nera, quest’ultimo, trattato con il massimo riserbo ma che testimonia come il “cessate il fuoco” in Medio Oriente sia, allo stato attuale, più una finzione retorica che una realtà tangibile.




