Trump all’Oman: “o vi fate saltare in aria”. E intanto a Hormuz passa solo chi vuole Teheran
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Redazione Esteri
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La certezza, se così si può definire la proiezione di forza tipica della sua retorica, arriva dritta da una riunione di gabinetto alla Casa Bianca: “Nessuno controllerà lo Stretto di Hormuz – ha dichiarato il presidente Donald Trump – sono acque internazionali e lo Stretto sarà aperto a tutti”. Una frase, pronunciata nel corso di un lungo botta e risposta con i giornalisti, che intendeva rispondere a chi gli chiedeva se avrebbe mai accettato un controllo congiunto del canale da parte di Iran e Oman.
La replica, come spesso accade quando si parla di sicurezza globale e di interessi energetici, non ha lasciato spazio a interpretazioni diplomatiche: “L’Oman si comporterà bene – ha tuonato il presidente – altrimenti dovremo farli saltare in aria”.
Il controllo di Teheran e il via libera selettivo
Nonostante la fermezza mostrata da Washington, la situazione sul campo racconta una realtà più articolata e, per certi versi, contraddittoria. Lo Stretto di Hormuz, che di fatto è sotto il controllo militare dell’Iran, non è certo chiuso in toto al traffico navale; i dati di tracciamento marittimo parlano chiaro: una trentina tra cargo e petroliere sono transitate nelle ultime ore, un numero simile nei giorni scorsi.
Si tratta, è bene specificarlo, di cifre minime se paragonate ai flussi standard pre-conflitto, ma sufficienti a dimostrare che Teheran sta gestendo l’accesso con un certo pragmatismo. La Marina dei Pasdaran, stando ai report delle agenzie internazionali, sta concedendo il lasciapassare soltanto ad alcune imbarcazioni, quelle provenienti – verosimilmente – da Paesi non direttamente schierati contro la Repubblica Islamica, come emerso dalla copertura mediatica della televisione di Stato iraniana che ha mostrato navi dirette in Cina o verso est.
Non esiste, va detto, una lista ufficiale diffusa da Teheran, ma le evidenze satellitari e i rapporti delle marinerie indicano con precisione la provenienza geografica di chi, al momento, ha il permesso di attraversare il cratere.
Il patto segreto con Mascate e la guerra dei cavi sottomarini
Ciò che ha scatenato la reazione a stelle e strisce, al di là della gestione quotidiana dei transiti, è la presunta intesa tra Iran e Oman per la gestione congiunta del traffico marittimo. Una bozza di memorandum, trapelata tramite i media statali iraniani, ipotizzava un ruolo operativo per Mascate nella riscossione dei pedaggi e nel coordinamento delle rotte, un’ipotesi subito bollata come “invenzione completa” dall’amministrazione Trump. Ma il vero fronte caldo, forse il più invisibile ma strategico di questo 2026, non è solo quello delle petroliere.
L’analisi di Starboard Maritime Intelligence ha infatti riclassificato l’intera area del Golfo Persico come “zona a rischio estremo” per quanto riguarda le infrastrutture digitali; cinque dei 25 principali punti di approdo mondiali per cavi sottomarini sono finiti nel mirino. E la ragione è semplice: queste arterie di vetro, che convogliano la quasi totalità del traffico dati tra Asia ed Europa, sono esposte e vulnerabili.
In un contesto di frizioni geopolitiche come quello attuale, dove Teheran ha esplicitamente minacciato di interrompere quei collegamenti, l’incertezza diventa essa stessa un vettore di minaccia. Basti pensare che le navi officina, necessarie per riparare un eventuale taglio, non possono operare liberamente in una zona di guerra, il che trasforma un potenziale sabotaggio in una catastrofe comunicativa globale.
Il braccio di ferro sulle acque e l’ascesa del rischio missilistico
Mentre Trump rilasciava le sue dichiarazioni, la situazione tattica nel Golfo subiva un’ulteriore escalation. Fonti militari citate dalla stampa internazionale hanno confermato che le forze americane hanno abbattuto droni iraniani e colpito un centro di controllo a Bandar Abbas, una città portuale fondamentale per la logistica navale di Teheran.
Gli Stati Uniti hanno definito l’operazione “puramente difensiva”, finalizzata a mantenere un cessate il fuoco già fragile, ma la risposta iraniana non si è fatta attendere: i mercantili che tentavano di forzare il blocco senza coordinamento sono stati respinti a colpi di arma da fuoco. Un episodio, quest’ultimo, che dimostra quanto la tensione sia ancora alta nonostante i tavoli negoziali aperti.
La navigazione, insomma, prosegue a singhiozzo, con le navi che spesso spengono i sistemi di localizzazione Ais per mimetizzarsi o, al contrario, vengono ingannate da sistemi di guerra elettronica che le fanno apparire su schermo come se fossero nell’entroterra. In questo teatro, il controllo di Hormuz rappresenta per l’Iran l’unica vera leva per sedersi al tavolo con Washington da una posizione di forza, una consapevolezza ribadita pubblicamente dai vertici di Teheran quando affermano che “la geografia non mente”.




