Hormuz, l’avvertimento di Trump all’Oman e il dilemma economico di Teheran
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Redazione Esteri
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Lo Stretto di Hormuz torna a rappresentare il principale banco di prova per la fragilissima tregua tra Washington e Teheran, dopo che il presidente americano, Donald Trump, ha lanciato una chiara minaccia nei confronti dell’Oman, accusato – seppur indirettamente – di poter favorire un’intesa strategica con l’Iran riguardante la gestione di quel passaggio cruciale per il commercio mondiale del petrolio.
In una riunione di gabinetto alla Casa Bianca, Trump ha infatti risposto a una domanda su un eventuale controllo congiunto dello Stretto da parte di iraniani e omaniti con una frase, riportata dalla stampa internazionale, che non lascia spazio a interpretazioni: "Nessuno lo controllerà. Sono acque internazionali, e l’Oman si comporterà come tutti gli altri, altrimenti saremo costretti a farli saltare in aria".
Una dichiarazione che, al di là della durezza retorica, rivela l’assoluta intransigenza dell’amministrazione sull’argomento, vista la percentuale decisiva di petrolio mondiale che transita attraverso questo corridoio liquido largo appena una cinquantina di chilometri.
La smentita della Casa Bianca e l’accordo fantasma
Le dichiarazioni di Trump, che naturalmente non ha mai definito se stesso come ex presidente essendo tornato alla Casa Bianca ormai da più di un anno, giungono in un contesto negoziale caratterizzato da enormi ambiguità. Da un lato, i media iraniani avevano diffuso la notizia di una bozza preliminare del cosiddetto "accordo di Islamabad", un memorandum che avrebbe concesso a Teheran un ruolo nel coordinamento del traffico marittimo in collaborazione con l’Oman, in cambio di un alleggerimento del blocco navale.
Dall’altro lato, la risposta americana è stata lapidaria: l’account Rapid Response vicino all’amministrazione ha definito la notizia una "totale invenzione", mentre lo stesso presidente ha ribadito che saranno proprio gli Stati Uniti a vegliare sullo Stretto, escludendo qualsiasi ipotesi di controllo esterno. Una fonte di attrito notevole, questa, che tiene il mondo dell’energia con il fiato sospeso, in attesa di capire se prevalga la via della diplomazia o quella di una ripresa delle operazioni militari coordinate dal segretario alla Difesa, Pete Hegseth.
Il blocco navale e la resistenza iraniana via mare
A complicare ulteriormente il quadro, c’è la morsa economica che sta stringendo l’economia iraniana; secondo un’analisi approfondita pubblicata dal "Wall Street Journal" e ripresa da diverse agenzie, il blocco navale sta mettendo in ginocchio le esportazioni petrolifere, riducendo le riserve di valuta estera a tal punto che gli esperti di Capital Economics stimano una capacità di copertura delle importazioni di appena tre mesi ai livelli pre-guerra.
Eppure, il regime teocratico degli ayatollah continua a resistere: come avrete intuito, il segreto sta nei "trasferimenti nave-nave", una tecnica subdola ma estremamente efficace in cui vecchie petroliere, facenti parte di una cosiddetta "flotta ombra", scaricano il greggio sanzionato su altre imbarcazioni in alto mare, spesso al largo della Malesia, per nasconderne la provenienza prima che raggiunga il principale cliente, ossia la Cina.
Una procedura che ha permesso a Teheran di incassare circa 31 miliardi di dollari lo scorso anno, una cifra che rappresenta circa il 45 per cento del bilancio statale e che dimostra come le sanzioni da sole, senza un controllo capillare, rischino di essere un’arma spuntata.
Le conseguenze sulla logistica energetica globale
Se da una parte Teheran cerca di aggirare l’ostacolo via mare, dall’altra la chiusura virtuale di Hormuz sta ridisegnando la logistica energetica globale, spingendo governi e operatori a cercare rotte alternative.
Non si tratta, beninteso, di sostituire il passaggio marittimo, ma di mitigarne la vulnerabilità: migliaia di camion attraversano ora il deserto saudita per trasportare fertilizzanti e merci verso il Mar Rosso, mentre pipeline come la saudita East-West (che collega i giacimenti al porto di Yanbu) e i corridoi ferroviari degli Emirati verso Fujairah diventano risorse strategiche fondamentali per garantire una parziale continuità dei flussi.
È una vera e propria lezione di resilienza quella che emerge da questa crisi, in cui l’intermodalità diventa una componente della sicurezza nazionale, un sistema di ridistribuzione del rischio che, seppur dispendioso, evita il collasso totale del mercato energetico in attesa di una soluzione diplomatica che, al momento, sembra ancora lontanissima.




