Giorgio Armani, l'addio al Re che vestì l'Italia
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Redazione Interno
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Per chi, ragazzina a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, sognava di incarnare lo spirito del tempo, un suo capo era molto più di un semplice oggetto: era un modo per esserci, un talismano di stile e di identità. Provo, oggi, un senso di nostalgia e di gratitudine verso quel Signore dalla chioma canuta, scomparso giovedì all’età di novantun anni, poco prima di celebrare il mezzo secolo di vita del suo storico marchio. Un’infezione polmonare, che lo aveva costretto a un recente ricovero e a una convalescenza nella sua casa milanese di via Borgonovo, ne ha spento la longeva esistenza.
Lui, che molti erano soliti definire il Re della moda, lascia un vuoto non solo creativo ma anche umano, ricordato da chi, come Francesca Ragazzi, Head of Content di Vogue Italia, lo descrive come «un vero gentleman, un uomo pieno di grazia». Arrivata a Milano a trent’anni, la Ragazzi ha confessato di aver capito molto in fretta che Armani fosse quasi l’anima della città, incarnando quell’eleganza senza sforzo, senza mai prendersi troppo sul serio, che il mondo guarda con meraviglia.
La sua non è stata solo un’eredità stilistica, ma un vero e proprio impero industriale, uno dei pochi a portare il nome del suo fondatore e a rimanere saldamente sotto la sua gestione senza cedere il passo a gruppi stranieri. Un patrimonio stimato tra i 9,5 e i 12 miliardi di dollari, che lo colloca al quarto posto tra gli uomini più ricchi d’Italia, e un’azienda solida per la quale aveva disegnato un piano di successione meticoloso, quasi sartoriale, per assicurarne il futuro.




