Giorgio Armani, l'addio al re e il suo lascito nella moda
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Mentre il mondo della moda piange la scomparsa di Giorgio Armani, avvenuta il 4 settembre scorso, l’attenzione si sposta inevitabilmente sull’immenso patrimonio creativo che lo stilista ha lasciato, un’eredità che travalica i confini del semplice abbigliamento per diventare un codice sociale riconoscibile e ambito. La sua influenza, del resto, era già stata consacrata da eventi di portata globale, come le nozze reali tra Alberto II di Monaco e Charlene Wittstock, nell’estate del 2011. Per quella cerimonia, osservata da milioni di persone, Armani concepì un abito da sposa di satin dalla linea essenziale: una scollatura dritta e una gonna fluida, non eccessivamente ampia, che culminava in una coda lunga cinque metri, un capolavoro di ricami manuali la cui lavorazione impegnò gli atelier per circa 2.500 ore.
La sua scomparsa, avvenuta all’età di 91 anni, non segna soltanto la fine di un’epoca ma impone una riflessione profonda sulle sorti di un settore, quello della moda italiana, che rappresenta una delle colonne portanti del "Made in Italy" insieme all’agroalimentare e al design per la casa. Il modello da lui voluto per la sua azienda, caratterizzato da un controllo ferreo e indipendente, appare oggi distante dalle dinamiche consolidatesi negli ultimi decenni, sollevando non poche incognite sul futuro di un colosso senza eredi diretti. Un modello che, come ebbe a notare il sociologo Pierre Bourdieu, operava nello spazio del gusto come meccanismo di differenziazione di classe, sebbene con una torsione peculiare: Armani suggeriva, infatti, che l’accesso a quel linguaggio non fosse un privilegio esclusivo di chi vi era nato dentro, ma potesse essere appreso e padroneggiato da chiunque ne comprendesse le regole.




