Bologna-Cagliari 0-0, il caldo e la stanchezza fanno da cornice agli striscioni per Zanardi

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è soltanto il sole, lambendo il manto erboso del Dall’Ara, a illuminare un pranzo che il gioco e i gol, questi sconosciuti, hanno deciso di saltare. Bologna e Cagliari consegnano agli archivi un lunch match scialbo e privo di emozioni sportive, un 0-0 che sa di poltrona e di fine stagione, laddove tra i rumori di fondo – quelli veri – non si levano cori da battaglia ma applausi liberatori e qualche striscione srotolato con devozione. Perché l’unico, autentico protagonista della domenica felsinea non indossa scarpe chiodate né trattative di mercato: si chiama Alex Zanardi, e la sua assenza, paradossalmente, riempie ogni curva.

Sul piano tattico, i fatti parlano di un Bologna sfibrato, quasi irriconoscibile se paragonato alla squadra che ad inizio girone sognava l’Europa. Vincenzo Italiano, in questa circostanza, può solo constatare come le sue fiammate offensive restino episodi isolati, troppo deboli per impensierire una difesa sarda ordinata senza eccessi. Dall’altra parte, il Cagliari di Ranieri (ormai abituato a soffrire senza mai arrivare col coltello tra i denti) gioca la sua onesta partita di contenimento, sfiorando anzi il vantaggio in avvio: un gol di Dossena, prontamente annullato per fuorigioco, e una doppia imbucata in verticale – sortita da un pallone perso da Moro sotto i Distinti – che finisce sui piedi di Deiola, liberato male da un riallineamento pasticciato della retroguardia di casa. A nulla serve l’uscita in pressione solitaria di Sohm su Mina, se poi Adopo, lasciato inspiegabilmente libero dallo stesso Sohm o da un Freuler che gli stazionava a due metri, può ricevere indisturbato.

I rimpianti di un pomeriggio assolato e senza reti

Per i rossoblù di casa, questo pari è una doccia fredda che certifica l’affanno con cui la squadra sta raggiungendo il traguardo finale. Nelle precedenti dodici uscite interne, si contano ben nove ko: stavolta, almeno, i danni vengono limitati. I felsinei perdono l’occasione concreta per avvicinarsi al settimo posto, quello che profuma di Conference League e che al momento è appannaggio dell’Atalanta. Non c’è ripartenza, né mordente: il primo caldo della stagione si fa sentire sulle gambe e, ancora di più, sulle teste, e il ritmo sprofonda in una palude di lanci lunghi e recuperi lenti. Sul taccuino del primo tempo, l’unica annotazione degna di nota resta il fuorigioco di Dossena; nella ripresa, nemmeno quello.

I sardi, al contrario, accarezzano la salvezza aritmetica senza ancora afferrarla del tutto. Il punticino, in ogni caso, fa comodo eccome: il vantaggio sulla terzultima (la Cremonese) resta di nove punti, una distanza tale da poter considerare la missione quasi compiuta. Ranieri può sorridere, almeno in privato, perché i suoi hanno dimostrato carattere nel gestire la partita senza mai esporsi a rischi inutili. La manovra cagliaritana è pulita, essenziale: pochi fronzoli, una pressione mai asfissiante ma ben dosata, e la capacità di colpire in ripartenza quando il Bologna si sbilancia maldestramente. Poi, però, il centrocampo ospite si spegne, come se l’obiettivo della salvezza, ormai a un passo, avesse addormentato ogni reale istinto offensivo.

L’ombra lunga di Zanardi e un taccuino quasi vergine

E poi c’è lui, il Tosco, a bordo campo o nei pensieri di chi ha composto gli striscioni. La cronaca dice che l’emozione più autentica, al Dall’Ara, non è arrivata da un tiro in porta ma da un lungo applauso senza fine, da bandiere e cori che nulla hanno a che fare con il risultato. È un Bologna sfibrato, già mentalmente in vacanza, quello che si trascina sul prato: si percepisce a occhio nudo che molti calciatori sono al gancio, fisicamente e mentalmente. La prima vera occasione dei padroni di casa? Non c’è, o meglio, non si registra nulla che meriti la moviola. E il Cagliari, dal canto suo, si limita a non perdere.

Lo specchietto delle occasioni è impietoso: un solo tiro nello specchio per parte, o forse nessuno, a seconda di come si vogliano conteggiare le respinte. Il caldo, insistente per la prima volta dopo mesi, diventa un alibi plausibile quanto l’inesistente posta in palio. La partita, insomma, si gioca in un clima da fine corsa, dove l’unico vero obiettivo – per i sardi – era non perdere e, per i rossoblù, interrompere una striscia negativa interna che aveva dell’incredibile. Missione compiuta, seppure senza gloria.

L’analisi dei singoli episodi e il peso del fuorigioco

L’episodio che avrebbe potuto cambiare il volto della sfida porta la firma di Dossena, bravo a infilarsi nel momento giusto ma tradito dalla bandierina dell’assistente. Il direttore di gara, dopo il consueto check coi suoi collaboratori, convalida l’annullamento senza esitazioni: un fuorigioco millimetrico ma reale, di quelli che non lasciano spazio a recriminazioni. Da lì in poi, per i padroni di casa, solo qualche timido affondo di Orsolini da fermo e un paio di incursioni di Ndoye, subito chiuse da un pacchetto arretrato sardo che non concede spazi.

Dall’altra parte, la doppia imbucata citata in precedenza resta l’unico vero brivido per Pessina, bravo comunque a restare freddo e a non farsi sorprendere. Il neo del Bologna, in quell’azione, è stato il rientro maldestro dei centrocampisti: Sohm, lasciato solo a caricare Mina, scopre una prateria alle sue spalle, e né Freuler né Moro riescono a coprire l’inserimento di Adopo. Se il colombiano avesse guardato meglio l’uomo invece della porta, forse il punteggio si sarebbe sbloccato. Ma, anche in questo caso, il finale è una doccia tiepida: palla che termina tra le braccia del portiere o a lato di un soffio. E così, tra un coro per Zanardi e un altro striscione spiegato, il Dall’Ara saluta un 0-0 che nessuno ricorderà. Tranne chi cerca l’emozione altrove.

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