Il regista iraniano Panahi: la galera è per me indelebile

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Jafar Panahi, che ha vinto quasi ogni premio cinematografico esistente, considera la sua vittoria principale quella di non aver mai perso la fiducia nel cinema, un sentimento che ha custodito con tenacia anche durante gli anni bui della condanna ventennale. Il regime iraniano, infatti, gli aveva imposto di non “viaggiare, dare interviste, fare film”, un tentativo di soffocare la sua voce che, come è evidente, non ha sortito l'effetto desiderato. Ieri sera la Festa del Cinema di Roma, nella sua ventesima edizione, ha scelto di consegnargli il Premio alla Carriera, un riconoscimento che si aggiunge alla recente Palma d’Oro conquistata a Cannes con l'ultimo film, Un semplice incidente.

Un premio che arriva dopo il carcere

Pluripremiato, incarcerato e poi rilasciato in tempo per il trionfo sulla Croisette, Panahi incarna la figura dell'artista la cui opera è indissolubilmente legata all'esperienza personale e alla resistenza. Il suo film, It Was Just an Accident, dopo il rifiuto del suo Paese d'origine, è stato selezionato dalla Francia per rappresentarla nella corsa all'Oscar 2026 per il Miglior Film Internazionale, una circostanza che conferma l'isolamento culturale di Teheran. La pellicola, che la Lucky Red distribuirà in sala a partire dal 6 novembre, approda quindi a Roma, inserita nel programma della kermesse.

Il debito artistico verso l'Italia

Dal red carpet della serata a lui dedicata, il regista ha sottolineato l'importanza che il cinema italiano ha avuto per la sua formazione e la sua poetica. "Per me è importante essere qui in Italia perché il neorealismo italiano mi ha portato a essere un regista del cinema sociale", ha affermato Panahi, aggiungendo che "Nuovo cinema Paradiso di Tornatore mi ha ricordato che amavo il cinema". Un debito artistico, il suo, che trae linfa da una tradizione capace di raccontare la realtà con sguardo insieme critico e poetico, un approccio che egli stesso ha fatto proprio.

La persistenza di un'impronta

A 65 anni, Jafar Panahi è oggi annoverato tra i maggiori autori contemporanei e uno dei più grandi registi iraniani di sempre, un'artista la cui statura è stata forgiata anche dall'oppressione. Sebbene abbia potuto riabbracciare la libertà e tornare a lavorare, l'esperienza del carcere rimane per lui un segno indelebile, una traccia che, pur non definendo interamente la sua persona, ne costituisce una parte fondamentale e ineludibile. La sua presenza a Roma, dove ha ricevuto il premio dalle mani di Giuseppe Tornatore, sancisce non un ritorno alla normalità, ma la continuazione di un percorso artistico e umano profondamente segnato da quelle vicende.

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