A Cannes vince Panahi, il cinema come resistenza

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La 78esima edizione del Festival di Cannes, che si è chiusa ieri tra riflettori e tensioni globali, ha consegnato la Palma d’Oro a Un simple accident di Jafar Panahi, regista iraniano da anni perseguitato dal regime di Teheran per le sue opere scomode. Un riconoscimento che, al di là del valore artistico, assume i contorni di un atto politico, considerando che Panahi – incarcerato più volte e costretto a girare in clandestinità – è oggi l’unico cineasta vivente ad aver vinto i quattro massimi premi dei festival europei: Cannes, Venezia, Berlino e Locarno. Prima di lui, solo Michelangelo Antonioni era riuscito in un’impresa simile.

La pellicola premiata, che racconta storie nate durante la sua detenzione, è stata accolta da un lungo applauso durante la proiezione, mentre le parole pronunciate dal regista al momento della premiazione hanno trasformato il palco in un palcoscenico di denuncia. «Mettiamo da parte divergenze e problemi», ha detto Panahi, visibilmente commosso, dopo l’annuncio di Juliette Binoche. «Ciò che conta ora è il nostro Paese e la sua libertà». Un messaggio che risuona con particolare forza in un’edizione segnata, fin dall’apertura, dalle proteste di solidarietà verso la Palestina e dalle ombre delle guerre in corso.

Cannes 2025, nonostante lo scintillio delle star e il peso delle major, ha scelto di privilegiare storie audaci, spesso firmate da nuovi volti, dimostrando che il cinema può ancora essere strumento di resistenza. Se la Croisette ha mantenuto la sua aura glamour, i film in concorso hanno restituito un’immagine diversa: quella di un’industria capace di interrogare il presente senza rinchiudersi nell’intrattenimento puro. Tra le opere più discusse, oltre a quella di Panahi, spiccano racconti di identità negate, conflitti sociali e riscatto, in cui la macchina da presa diventa testimone scomodo.

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