Jafar Panahi, la resistenza silenziosa di un cineasta

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Mentre "Un semplice incidente", il suo ultimo lavoro già insignito della Palma d'oro a Cannes e candidato agli Oscar come miglior film internazionale per la Francia, si appresta ad arrivare nelle sale italiane, Jafar Panahi incarna, con la sua stessa esistenza, una forma di resistenza artistica che trascende le pellicole. Il regista, la cui voce pacata e il cui farsi musicale nascondono una determinazione incrollabile, ha trasformato la propria persecuzione in una poetica, facendo della clandestinità non un limite ma una scelta estetica e politica. Il film, che uscirà il prossimo 6 novembre distribuito da Lucky Red dopo l'anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma, si propone, come ha dichiarato l'autore, di dare voce ai traumi collettivi subiti dal suo popolo, immaginando già un tempo in cui il regime non ci sarà più e si dovrà fare i conti con un passato di rabbia e violenza.

Una libertà ritrovata e una pratica immutata

Nonostante il bando che gli impediva di realizzare pellicole sia formalmente decaduto, Panahi non ha affatto abbandonato la sua metodologia di lavoro clandestina, continuando a operare senza il placet delle autorità di Teheran. Una scelta, questa, che appare del tutto coerente con un percorso artistico e umano che ha sempre rifiutato qualsiasi compromesso sull'indipendenza creativa. La sua ritrovata libertà di movimento, che gli ha permesso di tornare a essere presente sui red carpet internazionali dopo quasi due decenni di arresti, condanne in sospeso e divieti di espatrio, non ha intaccato la sua essenza di regista rivoluzionario; la clandestinità, del resto, è un elemento che caratterizza le sue opere da tempo, a partire da "In film nist" del 2011, e che egli considera parte costitutiva di ogni autentico processo di trasformazione.

Un cinema radicato nel vissuto personale e collettivo

La sua filmografia, che nel periodo di massima repressione ha continuato a fiorire con opere magnifiche e profondamente radicate nella realtà iraniana, rappresenta un archivio unico delle lacerazioni di un intero paese. Opere come "Gli orsi non esistono", presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2022 dove Panahi figurava anche come protagonista, sono nate nonostante i divieti, sfidando apertamente le imposizioni del regime e dimostrando come l'arte possa sopravvivere e persino prosperare in condizioni di estremo controllo. In questi lavori, il personale e il politico si fondono inestricabilmente, trasformando le vicende private in potenti allegorie di una condizione nazionale.

La forza di un'immagine oltre le restrizioni

La potenza del suo cinema, che "Un semplice incidente" sembra condensare, risiede proprio nella capacità di affermare la verità delle storie individuali contro il tentativo di cancellarle. Panahi, il quale ha definito questo film come uno di quelli che si realizzano quando i regimi cadono, lavora già da adesso per costruire la memoria futura, per offrire uno strumento con cui elaborare un passato doloroso. La sua produzione, che procede parallela e in antagonismo a quella ufficiale, costituisce un atto di testimonianza e, al contempo, un seme di speranza; un modo per preservare la dignità di un popolo attraverso la forza delle immagini, le quali, nonostante tutto, continuano a circolare e a parlare al mondo.

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