Putin, l’isolamento del potere e la pazienza rotta dei fedelissimi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quattro anni e tre mesi di guerra, una cifra che inizia a pesare come un macigno non solo sulle spalle dell’economia russa, ma anche sulla tenuta psicologica delle élite che circondano Vladimir Putin. Il bilancio umano – centinaia di migliaia di vittime tra i due schieramenti, dispersi, mutilati e un numero impressionante di reduci affetti da stress post-traumatico – rappresenta ormai una ferita che nemmeno la propaganda di Stato riesce più a ricucire del tutto.

Se all’inizio del conflitto il “grande Zar di tutte le Russie” poteva contare su un’adesione compatta da parte della nomenclatura e degli apparati militari, oggi il fronte interno mostra crepe profonde: tra uomini d’affari, funzionari statali e persino alcuni ambienti dell’intelligence occidentale, si diffonde la convinzione che il Cremlino abbia perso la bussola, trascinando il Paese in una spirale autodistruttiva senza una chiara via d’uscita.

Il malessere silenzioso delle élite

Secondo un’inchiesta pubblicata dal Guardian, che cita fonti vicine al potere russo, la disillusione nei confronti del presidente sarebbe ormai latente ma pervasiva. Un influente imprenditore russo avrebbe confidato ai giornalisti che “chi un tempo difendeva Putin ora non lo fa più”, aggiungendo che cresce la sensazione – tra coloro che lo ascoltano quotidianamente – che una catastrofe sia inevitabile.

Il problema, spiegano gli analisti, non è solo militare: il capo del Cremlino sembra infatti rinchiudersi in una cerchia sempre più ristretta, ricevendo rapporti ottimistici dai vertici delle Forze Armate che poco hanno a che vedere con la realtà del fronte. Al punto che, nelle riunioni interne, qualcuno ha iniziato a ironizzare sulla deriva del sistema, paragonandolo sempre più a un regime alla nordcoreana: un’accusa pesante, se si considera che a formulare queste critiche sono proprio gli apparati che fino a ieri garantivano la stabilità del potere.

L’economia frena e il conto salato della guerra

A rendere il quadro ancora più teso è la frenata improvvisa dell’economia russa, un dato che i bollettini ufficiali faticano ormai a nascondere. Nei primi tre mesi del 2026, il Pil ha registrato una contrazione dello 0,2%, la prima in tre anni, mentre il deficit di bilancio ha già superato le previsioni per l’intero anno, assestandosi su circa 60 miliardi di dollari (l’1,9% del Prodotto Interno Lordo).

Le spese per la difesa hanno raggiunto livelli insostenibili, assorbendo quasi il 38% della spesa pubblica, eppure questo flusso di denaro – che ha trasformato le fabbriche di carri armati in un’isola felice – non riesce a evitare il collasso del resto del tessuto produttivo. Le imprese non legate al complesso militare-industriale, strozzate da tassi di interesse reali vicini al 9% e dalla carenza di manodopera (causata in gran parte dalla mobilitazione), stanno chiudendo i battenti o chiedono disperatamente aiuti statali che tardano ad arrivare.

Strategia di sopravvivenza e il rischio della stagnazione

Di fronte a questo scenario, il regime ha intensificato le restrizioni interne: limitazioni all’accesso alle applicazioni di messaggistica, interruzioni programmate di Internet mobile e una stretta sui social network occidentali, nel tentativo di controllare il malcontento popolare che i sondaggi (ancorché sorvegliati) iniziano a registrare. Il consenso di Putin, secondo i rilevamenti citati dal Guardian, sarebbe ai minimi storici dall’inizio dell’invasione su larga scala.

Eppure, paradossalmente, proprio mentre lo Zar aumenta le apparizioni pubbliche per smentire le voci sul suo isolamento, gli imprenditori russi accusano lo Stato di distribuire gli asset delle aziende occidentali confiscate solo a un gruppuscolo di fedelissimi, alimentando ulteriormente la rabbia tra chi si sente escluso.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: un’economia che per sopravvivere deve decidere chi salvare e chi lasciare affondare, con il rischio concreto di una stagnazione permanente che, unita al massacro umano sui campi di battaglia, fa vacillare le fondamenta stesse del sistema.

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