Putin isolato tra guerra e crisi economica, la rabbia dei fedelissimi e il rischio di una catastrofe annunciata
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Redazione Esteri
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Che il consenso attorno al Cremlino non fosse più granitico come ai primi tempi dell’invasione, lo si era intuito già dai primi segnali di un’economia in affanno e da quella mobilitazione silenziosa che ha portato centinaia di migliaia di famiglie a fare i conti con un lutto. Ora, però, il malessere sembra essersi radicalizzato al punto da sfondare le mura del potere, insinuandosi proprio tra quelle élite che fino a ieri facevano del sostegno incondizionato a Vladimir Putin la loro ragione di esistenza politica e patrimoniale.
Il quadro che emerge da diverse ricostruzioni internazionali, suffragate da fonti vicine all’intelligence occidentale ma anche da semplici testimonianze raccolte tra uomini d’affari e funzionari russi, è quello di un leader sempre più chiuso nella sua bolla, circondato da cortigiani che gli raccontano ciò che desidera ascoltare piuttosto che la cruda verità di un conflitto ormai trasformato in una logorante guerra di trincea.
La sua determinazione nel voler conquistare l’intero Donbass entro l’anno, alimentata da rapporti militari volutamente ottimistici, si scontra con l’evidenza dei fatti: quattro anni e tre mesi di ostilità hanno prodotto un bilancio umano spaventoso, un’emorragia di vite che ha superato la soglia delle centinaia di migliaia tra morti, dispersi e reduci segnati da un PTSD devastante, senza che nessuno degli obiettivi strategici iniziali – dalla capitolazione di Kiev alla “denazificazione” del paese – sia stato effettivamente centrato.
Il malcontento strisciante tra i siloviki e gli affaristi
Ciò che rende questa fase particolarmente insidiosa per il Cremlino, a differenza delle precedenti ondate di dissenso represse in modo sistematico, è la natura "interna" della critica. Non si tratta più solo di voci provenienti dall’opposizione esiliata o da intellettuali occidentali, ma di un pragmatismo ferito che attraversa la stessa nomenklatura.
Secondo un’inchiesta del Guardian, ripresa dalla stampa italiana, un influente imprenditore russo avrebbe confidato che "chi un tempo difendeva Putin ora non lo fa più", lasciando intendere che la sensazione di una catastrofe inevitabile stia serpeggiando anche tra coloro che hanno accumulato fortune grazie al sistema.
La gestione delle cosiddette "quote di esproprio" – ovvero l’assegnazione degli asset delle aziende occidentali fuggite dal mercato russo – è diventata motivo di attrito perfino con l’Unione russa degli industriali e degli imprenditori, i quali hanno contestato pubblicamente la mancanza di regole trasparenti nella selezione degli acquirenti, spesso troppo vicini al presidente per essere davvero "competenti".
In pratica, la guerra stava bene finché rappresentava una fonte di guadagno facile e di isolamento dall’Europa; ora che l’inflazione galoppa e il bilancio pubblico scricchiola – con un deficit già fuori controllo nel primo trimestre del 2026 – anche i fedelissimi iniziano a chiedersi se non si stia andando verso una catastrofe autodistruttiva.
La scommessa fallita con Trump e i costi geopolitici dell’isolamento
C’è poi un’altra frattura, più sottile ma altrettanto dolorosa per l’orgoglio dello Zar, che riguarda le relazioni esterne e in particolare il miraggio di una pace separata sotto l’egida di Donald Trump. La narrazione propagandistica aveva dipinto il ritorno del magnate alla Casa Bianca come il deus ex machina in grado di spartirsi il mondo con Mosca, ma la realtà concreta ha rivelato un'altra verità: Trump non ha mai consegnato l’Ucraina a Putin né ha accettato di normalizzare le relazioni in modo strutturale.
I voli diretti non sono ripresi, gli ambasciatori non sono stati scambiati, e soprattutto Washington ha continuato a colpire gli interessi strategici russi in Medio Oriente e in Venezuela con una durezza che ha sorpreso persino i falchi del Cremlino.
Un'analisi del New York Times, ripresa dal Corriere della Sera, ha evidenziato come Putin sperasse di ottenere un riconoscimento di "parità" con gli Stati Uniti, ma si sia ritrovato a fare i conti con la logica spiccia dell’America First, che non esita a sacrificare Mosca sull’altare dei propri interessi economici o, peggio ancora, a ignorarla del tutto.
Durante la parata del 9 maggio, l’assenza di mezzi corazzati sulla Piazza Rossa (una scelta senza precedenti dovuta al timore di attacchi ucraini o di un colpo di mano interno) ha simboleggiato plasticamente questo declino: un potere che non può più neppure sfilare per paura di essere colpito, mentre i leader mondiali disertano l’invito e le delegazioni straniere si contano sulle dita di una mano.
Costi umani e crepe nel sistema di censura digitale
Infine, non si può sottovalutare l’impatto della gestione repressiva degli spazi digitali, che sta alienando al regime anche quella fetta di popolazione tecnologicamente avanzata che fino a poco tempo fa tollerava il sistema in cambio di una parvenza di "normalità" occidentale. Le limitazioni imposte a messenger come Telegram e i frequenti blackout di internet mobile per motivi di sicurezza – ufficialmente per arginare i droni – hanno generato una rabbia inaspettata, alimentando il paragone beffardo con la Corea del Nord.
La popolarità di Putin, secondo diversi sondaggi locali (pur se filtrati dal pugno di ferro statale), ha toccato i minimi storici dall’inizio della guerra, e perfino la propaganda martellante dei canali televisivi fatica a nascondere il malcontento per un’economia che rende tutto più caro.
In questo contesto di crescente fibrillazione, anche figure istituzionali come il premier Michail Misustin vengono indicate come possibili "alternative pragmatiche" da alcune correnti, mentre la solitudine del presidente – costretto a vedere solo ciò che i suoi collaboratori vogliono mostrargli – continua ad accentuare quella deriva decisionale che i suoi stessi fedelissimi definiscono ormai autodistruttiva.
La Russia, insomma, sembra aver perso quella bussola strategica che per anni ne aveva fatto una potenza temuta, riducendosi a guardare un orizzonte oscurato dal fumo delle proprie macerie umane e industriali.




