Tumore al pancreas, la svolta arriva dal sangue: scoperti nuovi marcatori per una diagnosi che non arriva mai troppo tardi

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La sfida più ardua che il carcinoma pancreatico pone alla comunità oncologica – una sfida che per decenni ha vanificato gli sforzi dei clinici – non è tanto la sua aggressività biologica, quanto piuttosto l’incapacità di intercettarlo prima che sia troppo tardi. In Italia, e nel resto del mondo industrializzato, la maggior parte dei pazienti riceve una diagnosi quando la malattia ha già varcato i confini dell’organo, riducendo drasticamente il margine di manovra per i trattamenti curativi. I dati, in tal senso, sono impietosi: solo un malato su cinque si presenta al primo colloquio con il medico in una fase ancora potenzialmente operabile, ovvero quando il neoplasma è ancora localizzato e non ha seminato metastasi a distanza. Una statistica, quest’ultima, che riflette l’assenza storicamente cronica di strumenti di screening efficaci e la subdola silenziosità di un tumore che, come una sentenza, cresce inosservato fino a diventare inesorabile.

Dai limiti del Ca 19-9 alla rivoluzione della biopsia liquida

Per anni, il principale punto di riferimento nel monitoraggio di questa neoplasia è stato il marker CA 19-9, una proteina che, se da un lato ha dimostrato una certa utilità nel seguire l’evoluzione della malattia nei pazienti già in trattamento, dall’altro si è rivelata del tutto inadeguata come test di screening per la popolazione generale. Il suo limite più evidente, come documentato da numerose ricerche, risiede nella scarsa specificità: livelli elevati di CA 19-9 si riscontrano non solo in presenza di un adenocarcinoma duttale pancreatico (il tipo più diffuso e letale), ma anche in condizioni benigne come pancreatiti o ostruzioni biliari; esiste, inoltre, una quota di soggetti (tra il 5 e il 10 per cento) che, per un semplice tratto genetico, non producono affatto questo antigene, rendendo il test muto anche in presenza di un tumore conclamato. Di fronte a queste inefficienze, la ricerca si è concentrata su un approccio radicalmente diverso, sfruttando le potenzialità della cosiddetta biopsia liquida. Si tratta, in sostanza, di un semplice prelievo di sangue venoso che, a differenza della biopsia tissutale tradizionale (invasiva e non sempre fattibile), permette di catturare e analizzare i frammenti di DNA tumorale circolante (ctDNA), gli esosomi (piccole vescicole rilasciate dalle cellule malate) e i microRNA, tutti elementi che fluttuano nel torrente circolatorio come messaggeri di una guerra cellulare in corso.

Il nuovo test a quattro marcatori che anticipa i tempi

Una svolta concreta in questa direzione arriva da uno studio finanziato dal National Cancer Institute statunitense, i cui risultati, pubblicati sulla rivista Clinical Cancer Research, hanno dimostrato l’efficacia di un innovativo esame del sangue combinato. I ricercatori, partendo dall’analisi di campioni biobancari, hanno identificato due nuove proteine – l’aminopeptidasi N (ANPEP) e il recettore della polimerasi immunoglobulina (PIGR) – risultate significativamente elevate nei soggetti con adenocarcinoma duttale pancreatico in fase iniziale. La vera innovazione, però, risiede nella combinazione di questi nuovi marcatori con i due preesistenti (CA 19-9 e THBS2). Questo pannello a quattro vie ha dimostrato una capacità di discriminazione notevole: è riuscito a distinguere i malati di cancro al pancreas (a qualsiasi stadio) dai sani o da chi soffriva di pancreatite cronica con una accuratezza del 91.9 per cento; più importante ancora, nella diagnosi dei tumori in stadio iniziale (I e II), la sensibilità del test ha raggiunto l’87.5 per cento. Un dato, quest’ultimo, che migliora sensibilmente le performance del solo CA 19-9, la cui sensibilità nelle fasi precoci si ferma spesso attorno al 70 per cento, una soglia ritenuta troppo bassa per avviare uno screening di massa.

La situazione italiana e la sfida organizzativa delle Pancreas Unit

Mentre la ricerca di laboratorio corre per mettere a punto questi strumenti diagnostici – e si stanno esplorando parallelamente altre strade promettenti come l’espressione genica nei globuli bianchi (il gene FKBP1A, ad esempio, ha mostrato una sensibilità del 90 per cento negli studi su campioni ridotti) -1-5 – il Servizio Sanitario Nazionale tenta di colmare il divario organizzativo che da sempre penalizza i pazienti. Il dato italiano è emblematico di una disparità di trattamento ancora troppo marcata: si stima che circa il 40 per cento dei malati residenti al Sud Italia sia costretto a trasferirsi al Nord per sottoporsi a un intervento chirurgico di asportazione del tumore. Per arginare questo fenomeno e standardizzare la qualità delle cure, il Ministero della Salute ha avviato l’implementazione di una rete nazionale di Pancreas Unit (hub di primo livello e spoke di secondo livello), centri multidisciplinari che dovranno rispettare criteri rigidi per essere accreditati. I requisiti, pubblicati ufficialmente all’inizio del 2025, prevedono un volume minimo di 30 resezioni pancreatiche all’anno per ogni centro hub, con l’obiettivo di salire a 50 entro tre anni, nonché una mortalità post-operatoria a 90 giorni inferiore al 10 per cento. L’esistenza di questi centri specializzati, lo dimostra la letteratura, è cruciale tanto quanto la diagnosi precoce: mentre il nuovo test sanguigno promette di ridurre il numero di malati che arrivano al primo appuntamento in fase avanzata, le Pancreas Unit garantiscono che, una volta individuato, quel paziente venga trattato in una struttura dove l’alta voluminosità degli interventi riduce drasticamente il rischio di complicanze e mortalità.

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