Gli economisti ridimensionano le previsioni per gli Usa nel 2025, mentre i dazi di Trump alimentano l’incertezza
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Redazione Economia
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Negli ultimi tre mesi, gli analisti hanno corretto al ribasso le stime di crescita per l’economia statunitense, prevedendo un rallentamento più marcato del previsto, un’inflazione persistente e un rischio recessivo in aumento. Lo rivela l’ultimo sondaggio trimestrale del Wall Street Journal, che sottolinea come le politiche commerciali dell’amministrazione Trump – con le sue continue oscillazioni sui dazi – abbiano reso le proiezioni particolarmente volatili. Una situazione che, come ha osservato Luca Paolazzi di Ceresio Investors, rischia di trasformarsi in una «recessione autoinflitta», i cui effetti potrebbero estendersi ben oltre i confini nazionali.
Fino all’avvento di Trump, gli squilibri strutturali degli Stati Uniti erano riconducibili principalmente a due fattori: il deficit commerciale, che sfiora i mille miliardi di dollari, e il debito pubblico, ormai superiore al 100% del Pil e aggravato dai tagli fiscali del 2017. Oggi, però, se ne è aggiunto un terzo, forse più insidioso: quello della credibilità. Le mosse imprevedibili della Casa Bianca in materia di tariffe doganali hanno minato la fiducia degli operatori, rendendo sempre più difficile per le imprese pianificare investimenti a medio termine.
Il dilemma, intanto, investe anche l’Europa, costretta a fare i conti con una politica commerciale statunitense che, pur tra alti e bassi, continua a privilegiare un approccio unilaterale. Sebbene alcuni dazi siano stati temporaneamente sospesi, l’instabilità generata dalle decisioni di Washington ha riacceso il dibattito sulle strategie da adottare: se assecondare le logiche del protezionismo o puntare su un modello alternativo, senza però rinunciare alla competitività.
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