Il nodo della Groenlandia: geopolitica e risorse al centro della nuova offensiva di Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, torna a puntare i riflettori sulla Groenlandia, un'ossessione che risale già al 2019 quando propose, definendolo un "affare eccellente", l'acquisto dell'isola alla Danimarca. La reazione di allora, un misto di stupore e indignazione, sembra oggi aver lasciato il posto a una più fredda e preoccupata valutazione delle reali intenzioni che si celano dietro quelle parole. La Groenlandia, il cui territorio è coperto per l'ottanta per cento dai ghiacci e abitato da una popolazione esigua, si trova infatti al crocevia di interessi strategici che vanno ben al di là della sua superficie apparentemente desolata. Si tratta, come sottolineano diversi analisti, di una posta in gioco enorme, fatta di risorse del sottosuolo – si parla di giacimenti di petrolio, gas e terre rare ancora in gran parte inesplorati – e di rotte commerciali attraverso l'Artico, che il riscaldamento globale rende sempre più accessibili e appetibili.

La posizione titubante dell'Unione Europea

Di fronte a questa rinnovata pressione, la risposta dell'Unione Europea si è mantenuta, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, piuttosto timida. Bruxelles ha espresso solidarietà alla Danimarca e alla Groenlandia, ribadendo il sostegno ai princìpi della sovranità nazionale e dell'integrità territoriale di uno Stato membro. Tuttavia, al di là di queste formule di circostanza, non si è registrata nelle capitali europee una levata di scudi decisa a protezione dell'isola. La ragione di questa cautela, secondo alcune letture, risiederebbe nel timore che una presa di posizione troppo netta contro Washington possa indurre l'amministrazione Trump a ridurre, se non addirittura a ritirare, il suo sostegno all'Ucraina nel conflitto in corso. Un calcolo geopolitico che, in sostanza, mette sulla bilancia la difesa di un territorio europeo remoto con gli interessi di sicurezza sul fianco orientale del continente.

La reazione infuocata della Danimarca e i rischi per la Nato

Ben diverso è il tono usato dalla premier danese, Mette Frederiksen, che ha definito le mire di Trump sulla Groenlandia delle "pressioni inaccettabili". La leader di Copenaghen ha parlato, senza mezzi termini, di un "attacco irragionevole alla comunità internazionale", arrivando a lanciare un avvertimento sulle potenziali conseguenze di tali azioni. La sua dichiarazione più netta riguarda proprio l'architettura di sicurezza atlantica: se gli Stati Uniti dovessero scegliere di attaccare un altro Paese membro della Nato, come la Danimarca, attraverso queste pretese territoriali, l'alleanza stessa finirebbe per collassare. Un'affermazione che getta una luce sinistra su quanto sia profonda la frattura che questo tema sta scavando tra Washington e uno dei suoi storici alleati.

Le ricchezze nascoste e l'ombra del neocolonialismo

Gli esperti, intanto, provano a decifrare le ragioni dietro questa insistenza. Marc Lanteigne, politologo canadese esperto di diplomazia artica, ricorda come l'interesse fosse prevedibile già da quando Trump, lo scorso novembre, ha pubblicato la nuova Strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. In quel documento si afferma il ripristino della preminenza americana nell'emisfero occidentale e si indica la Groenlandia come essenziale per gli Stati Uniti. Tuttavia, i motivi specifici restano volutamente vaghi. Quel vago, secondo Lanteigne, cela molto: non solo l'accesso a risorse energetiche e minerali strategici, ma anche la proiezione di potere in una regione, l'Artico, sempre più contesa. Dietro la retorica dell'affare, quindi, si intravede lo spettro di una forma di neocolonialismo, dove la sovranità di una nazione e della sua popolazione autoctona viene messa in discussione da logiche di potenza e di sfruttamento economico. Una partita che si gioca sui ghiacci ma che brucia di attualità, destinata a segnare i rapporti transatlantici nei prossimi mesi.

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