La spinta della Cina per l’accordo fra Usa e Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è un’aria densa, a Pechino, quella che ha accolto il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi nel suo primo faccia a faccia con il collega cinese Wang Yi dall’inizio del conflitto che, ormai dalla fine di febbraio, oppone Teheran a Stati Uniti e Israele. L’incontro, avvenuto oggi nella capitale cinese e confermato dall’agenzia di stampa ufficiale Xinhua, si inserisce in un momento di estrema tensione geopolitica, dove lo Stretto di Hormuz – chiuso ormai da settimane – tiene i mercati energetici globali in un subbuglio difficile da ricordare. E proprio in questo quadro, la diplomazia cinese sembra voler giocare una carta da mediatore, anche se nessuna dichiarazione ufficiale sul contenuto del colloquio è stata diffusa.

Il silenzio sulle trattative e la pressione americana

Xinhua, nell’annunciare l’incontro, non ha rivelato i dettagli della discussione, mentre l’agenzia iraniana Tasnim ha riportato che Wang Yi avrebbe ribadito come “la guerra sia illegittima” e i negoziati “essenziali”. Una posizione, quest’ultima, che di per sé non aggiunge particolari novità alla linea già espressa da Pechino, ma che acquista peso proprio per il tempismo: l’incontro precede infatti la visita del presidente americano Trump in Cina, prevista per il 14 e 15 maggio. Da Washington, nelle scorse settimane, il segretario di Stato Marco Rubio aveva auspicato che Pechino approfittasse della presenza di Araghchi per spingere Teheran ad allentare la morsa sullo Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per il petrolio mondiale.

Prima volta in Cina dopo l’inizio della guerra

Si tratta, va notato, della prima volta che Araghchi mette piede in Cina dallo scoppio delle ostilità. Un dettaglio non secondario, perché sottolinea quanto i canali diretti tra i due paesi siano rimasti compressi durante questi mesi di conflitto. L’incontro odierno – di cui non si conoscono i verbali – potrebbe quindi rappresentare un tentativo di ricostruire una fiducia minimale, o quantomeno di sondare il terreno in vista dell’arrivo di Trump. Non è chiaro se l’iniziativa sia partita da Pechino o da Teheran, né se vi sia stato un qualche ruolo di intermediazione da parte di altri attori regionali.

La guerra illegittima e il realismo cinese

La frase sulla “guerra illegittima”, attribuita al ministro cinese, non è una novità assoluta nella retorica di Pechino, che tende a condannare i conflitti armati in termini generali senza mai citare direttamente gli attori coinvolti. Tuttavia, in un contesto come quello attuale – dove lo Stretto di Hormuz chiuso fa tremare le borse e le forniture energetiche – quella stessa frase assume una valenza quasi operativa. Wang Yi, che è anche membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista cinese, non ha parlato di piani concreti, né ha accennato a eventuali bozze di accordo. Ma il solo fatto che l’incontro sia avvenuto, e che sia stato pubblicizzato dalle agenzie di stampa ufficiali, suggerisce una volontà di tenere aperto un canale che molti davano per intasato.

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