L’autostrada a 120 all’ora per salvare il portafoglio: la svolta silenziosa che sfida il caro petrolio

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il dibattito è entrato nelle case degli automobilisti quasi all’improvviso, tra rincari alla pompa e ipotesi che sembravano lontane e invece oggi tornano concrete. Non è una questione di sicurezza stradale – anche se gli incidenti calerebbero, come effetto collaterale – né tantomeno una crociata ideologica contro il motore a scoppio. L’idea di abbassare il limite in autostrada da 130 a 120 km/h nasce da una pressione molto più immediata: la crisi energetica globale. Le tensioni internazionali, in particolare nello snodo strategico dello Stretto di Hormuz, stanno riducendo le forniture e facendo salire i prezzi di petrolio e gas fino al 70%, un’impennata che rende ogni goccia di carburante un lusso insostenibile per l’economia reale.

L’effetto Hormuz e le ricette globali (dalla settimana corta al car pooling)

La chiusura virtuale di quello stretto – attraverso cui transita circa il 20% del greggio mondiale – non è una crisi congiunturale, come sottolinea il Viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Edoardo Rixi, bensì strutturale. E mentre i governi cercano di tamponare, le contromisure varate nel resto del mondo offrono uno spaccato delle difficoltà attuali. In Myanmar, il telelavoro è diventato obbligatorio il mercoledì, mentre Pakistan e Filippine hanno introdotto la «settimana corta» di quattro giorni lavorativi nel settore pubblico per contenere i consumi. In Thailandia, l’invito delle autorità è di ricorrere al lavoro da casa e al car pooling, e persino in Laos e Malaysia si stanno sperimentando i turni a rotazione per ridurre gli spostamenti. L’Italia, come il resto d’Europa, si trova esposta senza strumenti adeguati per fronteggiare una situazione in cui l’alternativa al taglio delle accise – costoso per le casse dello Stato – diventa necessariamente una moderazione dei comportamenti alla guida.

“Oltre i due euro è un massacro”: la denuncia del viceministro Rixi

Il viceministro Rixi, in una recente intervista, non ha usato mezzi termini per descrivere lo stato di salute di un settore ridotto all’osso. “Col costo del gasolio costantemente sopra i 2 euro al litro l’autotrasporto lavora in perdita”, ha dichiarato, lanciando un allarme che va ben oltre il semplice rincaro alla pompa. Il rischio concreto – ha spiegato – è un effetto domino sull’inflazione, a partire dai beni di prima necessità come ortofrutta e latte, la cui logistica dipende interamente dai tir. Rixi ha colto l’occasione per criticare le rigidità del Patto di Stabilità europeo, reo – a suo dire – di impedire agli Stati membri di reagire con la necessaria flessibilità a una crisi dalle dimensioni straordinarie, auspicando al contempo un cambio di passo verso il nucleare per uscire dall’emergenza strutturale. Il taglio delle accise operato dal governo, insomma, tampona ma non risolve, e l’asticella della velocità rappresenta una leva immediata per ridurre i consumi laddove i prezzi restano incandescenti.

La fisica del risparmio: perché i 10 km/h in meno fanno la differenza

Dal punto di vista tecnico, la misura si regge su un principio fisico inoppugnabile: la resistenza aerodinamica cresce in modo esponenziale all’aumentare della velocità. Scalare il limitatore da 130 a 120 km/h riduce significativamente l’attrito dell’aria, obbligando il motore – sia esso a benzina, diesel o ibrido – a uno sforzo minore e quindi a un minor consumo di carburante. Se poi ci si aggiunge una guida fluida, senza gli strappi delle continue riaccelerazioni tipiche del traffico intenso, il risparmio si attesta tra il 10 e il 20%. Per un’azienda di autotrasporto o un pendolare che macina centinaia di chilometri settimanali, quella frazione di velocità sacrificata si traduce in un concreto alleggerimento della spesa mensile, un argomento ben più persuasivo di qualsiasi appello ecologista in un momento in cui il costo della vita stringe la morsa sulle famiglie.

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