Hamas denuncia il mancato ingresso di aiuti a Gaza, mentre la crisi umanitaria si aggrava

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nonostante le dichiarazioni del governo israeliano, che aveva assicurato l’invio di una quantità «base» di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, Hamas ha respinto tali affermazioni, definendole un «tentativo di ingannare la comunità internazionale». In una nota diffusa ieri, il gruppo palestinese ha sostenuto che «nessun aiuto è ancora entrato» nel territorio assediato, aggiungendo che i pochi camion giunti al valico di Kerem Shalom Karem Abu Salem non sarebbero stati ricevuti da alcuna organizzazione internazionale.

La situazione sul campo, del resto, sembra confermare una realtà ben più drammatica. Se da un lato le autorità israeliane insistono nel descrivere un flusso, seppur limitato, di rifornimenti, dall’altro i racconti che emergono da Gaza dipingono un quadro di desolazione in cui la fame si è trasformata in un’arma silenziosa. Bambini scavano tra le macerie in cerca di cibo, mentre le famiglie attendono invano davanti ai pochi punti di distribuzione ancora attivi. Rahaf, una bambina di dodici anni, pesa oggi appena 12 chili: un dato che, da solo, riassume la gravità di una crisi alimentare senza precedenti.

Quella che si sta consumando a Gaza, tuttavia, non è soltanto una tragedia umanitaria, ma un processo più ampio e strutturato. Alcuni osservatori parlano di una vera e propria «ingegneria coloniale», volta non solo a indebolire militarmente Hamas, ma a smantellare le fondamenta stesse della società palestinese. Privata di risorse e di un tessuto sociale coeso, la popolazione rischia di essere ricostruita – quando e se sarà possibile – secondo dinamiche imposte dall’esterno.

Intanto, i morti per fame e per i bombardamenti continuano ad accumularsi. Ashraf Mahmoud Wafi, dieci anni, è stato ucciso da un drone israeliano mentre cercava pane insieme al padre. Il suo corpo, raccolto in un sacco di plastica, è diventato il simbolo di una generazione cancellata dalla guerra e dall’indifferenza. Le Nazioni Unite denunciano da mesi l’insostenibilità dell’embargo, ma i corridoi umanitari restano insufficienti, quando non del tutto inesistenti.

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