Cristiani in Terra Santa, tra appelli e profezie: il filo della preghiera che unisce Gaza a Bari

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre i cecchini continuano a falciare vite innocenti e le macerie dei quartieri di Gaza diventano, giorno dopo giorno, il monumento a una guerra senza fine, la voce della Chiesa – che in quelle terre affonda radici millenarie – si leva con una forza inusitata per gridare il suo «basta». Un grido che, partito dal cuore del conflitto, ha trovato eco immediata nelle diocesi italiane, da nord a sud, creando una rete di solidarietà spirituale e politica che supera ogni confine. L’appello lanciato da papa Leone XIV, il quale – dopo aver dedicato la scorsa settimana a digiuno e preghiera per le vittime – ha implorato la liberazione degli ostaggi, un cessate-il-fuoco permanente e il rispetto del diritto umanitario, rappresenta ormai la linea guida di un’intera comunità di fedeli che rifiuta l’indifferenza.

A questo coro si è unito, con toni decisi, monsignor Giuseppe Satriano, arcivescovo di Bari-Bitonto, il quale ha definito la scelta di restare a Gaza, nonostante l’inferno quotidiano, un «gesto profetico». In un comunicato ufficiale, la Chiesa barese ha sposato in toto la posizione della presidenza della Cei, condannando senza mezzi termini lo sfollamento forzato dei civili palestinesi, pratica che – come ricordato anche dal patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pizzaballa, durante un intervento in streaming da Pavia – è «immorale e contraria alle convenzioni internazionali». Il presule, descrivendo una realtà dove l’80% del nord è distrutto e al sud interi quartieri sono stati rasi al suolo, ha dipinto un quadro agghiacciante: la fame che morde le viscere, le case che non ci sono più e, dramma nel dramma, un’intera generazione di bambini a cui, per il terzo anno consecutivo, viene negato persino il diritto di andare a scuola.

Su un altro versante, però, le accuse di utilizzare la fame come arma di guerra – avanzate, tra gli altri, dal cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri – ricevono una replica durissima da Israele. Yaron Sideman, ambasciatore presso la Santa Sede, le ha bollate come «irresponsabili», affermando che esse, «nella migliore delle ipotesi, riecheggiano la propaganda di Hamas e fuorviano l’opinione pubblica», finendo per negare il diritto alla legittima difesa del suo paese. Una contrapposizione netta che dimostra quanto il conflitto, oltre che sul terreno, si giochi ormai anche sul piano della narrazione e della diplomazia internazionale, dove ogni parola assume il peso di un proiettile.

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