Pensioni, dal 2027 servono tre mesi di lavoro in più per andarci

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Redazione Economia Redazione Economia   -   A partire dal 2027, l’accesso alla pensione di vecchiaia subirà un lieve, ma significativo, slittamento per una fetta considerevole di lavoratori, i quali si troveranno a dover accumulare almeno tre mesi aggiuntivi di contributi prima di poter varcare la soglia del meritato riposo. Questo meccanismo, che procede in sordina e che è governato da un automatismo legislativo, si attiva in virtù dell’aumento della speranza di vita della popolazione, un parametro demografico che, se da un lato è un indicatore positivo del benessere collettivo, dall’altro finisce per ritardare il traguardo pensionistico. Sono circa centosettantamila, stando alle proiezioni dell’Inps basate sui flussi di pensionamento, i cittadini che l’anno prossimo saranno direttamente coinvolti da questa modifica, trovandosi nella condizione paradossale di aver già maturato i requisiti contributivi – quarantadue anni e dieci mesi, con un anno in meno per le donne – ma di non aver ancora raggiunto la nuova età minima, fissata a sessantaquattro anni.

Il congelamento dei trattamenti

Accanto a questo rinvio strutturale, se ne affianca un altro, di natura più contingente, che ha generato non poca apprensione tra i futuri pensionati: il cosiddetto “congelamento” delle pensioni. Con questa espressione, che è rimbalzata nelle cronache delle scorse settimane, si fa riferimento alla sospensione degli adeguamenti delle prestazioni all’inflazione, una misura che di fatto fissa l’importo percepito al suo valore nominale, erodendone il potere d’acquisto. La conseguenza immediata, per molti, è che da ottobre non si registreranno aumenti, e per riavere una rivalutazione effettiva si dovrà attendere addirittura il 2026, un orizzonte temporale che appare lontano per chi deve far fronte alla vita quotidiana con un reddito ormai fissato.

Le reazioni politiche

In un contesto del genere, le reazioni dal mondo politico non si sono fatte attendere. Franco Mari, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra in commissione Lavoro alla Camera, ha duramente contestato la linea del governo, puntando il dito in particolare contro il sottosegretario Claudio Durigon. “Durigon abbia il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: l’età pensionabile aumenterà”, ha affermato Mari, definendo da tempo la flessibilità “una fregatura per chi vive del proprio lavoro”. La sua critica si è estesa anche alla legge Fornero, la cui architettura, a suo dire, “non cambia e anzi continua a produrre i suoi effetti”, lasciando intravedere soltanto per “i pochi che potranno permetterselo” la possibilità di un prepensionamento a sessantasette anni.

Uno scenario in evoluzione

Quello che si delinea, pertanto, è un panorama pensionistico in lenta, ma costante, trasformazione, dove i parametri di accesso si fanno via via più stringenti e gli aggiustamenti economici vengono rimandati. L’Italia, che già vanta uno dei sistemi con l’età pensionabile più alta in Europa, sembra dunque avviarsi lungo un sentiero che richiederà ai suoi lavoratori un periodo di permanenza nel mondo del lavoro sempre più lungo, mentre le misure di sostegno al reddito per gli anziani subiscono pause e rinvii. L’adeguamento alla speranza di vita, sebbene tecnicamente ineccepibile, rischia di diventare l’ennesimo ostacolo per chi si avvicina alla fine della propria carriera lavorativa.

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