Il clan D'Alessandro controllava il servizio ambulanze allo stadio della Juve Stabia: arrestato un prestanome
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Redazione Interno
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Una nuova inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, che si innesta su un solco già tracciato poche settimane fa con il provvedimento di amministrazione giudiziaria per la società calcistica, disvela i tentacoli del clan D'Alessandro di Castellammare di Stabia, i quali non si limitavano alle mere questioni sportive ma si estendevano a un servizio essenziale per la collettività come quello del pronto soccorso. L'indagine, coordinata dai sostituti procuratori e condotta sul campo dai carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata, ha infatti portato all'esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip del Tribunale di Napoli, nei confronti di due persone gravemente indiziate di reati gravati dalla modalità mafiosa. Emerge, dalle carte investigative, un sistema di controllo capillare e violento, finalizzato a creare un monopolio di fatto sul servizio 118, gestito in maniera occulta attraverso una trama fitta di minacce e intimidazioni.
Il monopolio occulto sul servizio di soccorso
Il quadro che la procura antimafia delinea è quello di una gestione in regime di esclusiva, ottenuta con la forza, del servizio di soccorso e trasporto infermi destinato all'ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia, senza tralasciare il servizio ambulanze durante gli eventi calcistici allo stadio Romeo Menti, dove la Juve Stabia disputa le sue partite casalinghe. La Dda, nel documentare le accuse, sottolinea come il clan abbia imposto la propria egemonia sul territorio, soffocando ogni forma di concorrenza leale attraverso l'uso sistematico della violenza e della coercizione psicologica, piegando la libera iniziativa economica al proprio volere. Una condotta, questa, che rappresenta l'essenza stessa della penetrazione mafiosa nell'economia legale, la quale si nutre della paura per sostituirsi alle regole del mercato.
La macabra finzione dei "morti resuscitati"
Tra gli aspetti più inquietanti rivelati dall'inchiesta vi è la macabra pratica, messa in atto dagli affiliati, di "far resuscitare i morti", almeno sulla carta, per giustificare il trasporto dei defunti dall'ospedale alle proprie abitazioni, un'attività che, sebbene non rientri nelle normali procedure del 118, veniva fatturata come se fosse un servizio di soccorso ordinario. Questo espediente fraudolento, che sconvolge la normale deontologia del soccorso sanitario, serviva a massimizzare gli introiti illeciti, gonfiando artificiosamente il numero delle missioni e dimostrando un cinismo assoluto nello sfruttare persino la tragedia della morte per trarne un profitto. La frode, unita alla violenza, costituisce dunque il perno di un business che trasformava un diritto fondamentale in una fonte di reddito per l'organizzazione criminale.
I collegamenti con l'inchiesta sulla società calcistica
Il filo che lega questa nuova operazione all'inchiesta sulla Juve Stabia, la quale aveva già portato all'amministrazione controllata del club, si fa più spesso con l'arresto di Daniele Amendola, indicato come uomo della ditta New Life, un'impresa che di fatto operava nella titolarità di Antonio Rossetti, soggetto a sua volta citato nell'ordinanza di ottobre del tribunale partenopeo. L'altro arrestato, Luigi Staiano, è invece ritenuto un presunto affiliato al sodalizio criminoso. La medesima struttura, pertanto, avrebbe tentato di imporre la propria influenza non solo nel settore sanitario ma anche in quello dello sport, provando a gestire il servizio di ristoro-bar durante le gare interne della squadra, in un disegno di controllo multiforme che ambiva a permeare ogni aspetto della vita sociale ed economica della zona.




