Il Canada blocca i vertici del calcio iraniano alla frontiera, ma Infantino assicura: “L’Iran giocherà i Mondiali negli Stati Uniti”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Nelle ore convulse che hanno preceduto l’apertura del 76esimo Congresso Fifa a Vancouver, la delegazione della federcalcio iraniana – guidata dal suo presidente Mehdi Taj – ha dovuto fare i conti con un muro normativo invalicabile. Giunti all’aeroporto di Toronto pronti a partecipare all’assise mondiale, i dirigenti sono stati respinti dalle autorità di frontiera canadesi, i quali hanno di fatto annullato i visti già rilasciati, costringendo la comitiva a reimbarcarsi immediatamente su un volo di ritorno verso Teheran. Il fulcro della controversia risiede nello status di Taj, ex comandante dei Pasdaran, il delle Guardie della Rivoluzione islamica che Ottawa ha inserito nella lista nera delle organizzazioni terroristiche già dal 2024; una designazione, quest’ultima, che comporta l’inammissibilità automatica per chiunque abbia ricoperto incarichi dirigenziali al suo interno. Nonostante le rassicurazioni dell’ex ministra degli Esteri Anita Anand, la quale aveva ipotizzato un “errore involontario” nella procedura, il governò guidato da Mark Carney ha ribadito la fermezza della propria linea, sottolineando attraverso una nota ufficiale che i funzionari legati ai Pasdaran “non hanno posto nel nostro Paese”.

Il caso diplomatico e la posizione di Trump

L’esclusione della rappresentanza iraniana – l’unica assente tra le 211 federazioni previste – ha gettato un’ombra considerevole sull’avvio dei lavori, sebbene Gianni Infantino abbia tempestivamente provveduto a separare la questione burocratica da quella sportiva. Intervenendo sul palco del Congresso, il presidente della Fifa ha infatti blindato la presenza della nazionale persiana alla fase finale della Coppa del Mondo 2026, affermando senza mezzi termini: “Per cominciare, voglio confermare senza ambiguità che l’Iran parteciperà ovviamente alla Coppa del Mondo 2026. E naturalmente l’Iran giocherà negli Stati Uniti”. Una dichiarazione, quella di Infantino, che ha ricevuto l’immediato placet del presidente americano Donald Trump; interpellato alla Casa Bianca mentre il segretario di Stato Marco Rubio chiariva che il problema non sono gli atleti bensì gli accompagnatori legati ai Pasdaran, Trump si è limitato a commentare: “Se lo dice Gianni, per me va bene. Lasciamoli giocare”.

Le cifre del business mondiale

A fare da contraltare al caos politico, all’interno della sala congressi di Vancouver si sono però snocciolate cifre da capogiro relative al business che muove il circo del pallone. A fronte di un fatturato aggregato che varca abbondantemente la soglia degli 11 miliardi di dollari (considerando i soli ricavi diretti dell’evento ospitato tra Stati Uniti, Messico e Canada), la Fifa ha annunciato un incremento dei minimi garantiti destinati alle federazioni partecipanti, portandoli a non meno di 12,5 milioni di dollari a testa. Una redistribuzione che Infantino ha giustificato anche nell’ottica di calmierare le polemiche sul caro biglietti; lo stesso numero uno del calcio mondiale, il quale ha contestualmente annunciato di volersi ricandidare per un nuovo mandato nel 2027, ha infatti ammesso l’esistenza di tagliandi costosi pur sottolineando la contestuale presenza di opzioni accessibili, laddove l’importante – ha chiosato – è che i proventi finanzino il calcio nei Paesi in via di sviluppo.

L’ombra del conflitto sul calendario

Se la macchina organizzativa procede spedita verso l’inizio della kermesse (in programma per l’11 giugno), la vicenda dei dirigenti respinti restituisce la fotografia di un clima geopolitico incandescente. L’Iran, inserita nel girone G con Nuova Zelanda, Belgio ed Egitto, giocherà tutte le sue partite della fase a gironi su suolo statunitense, e precisamente al SoFi Stadium di Los Angeles (Inglewood) e al Lumen Field di Seattle. La scelta di Infantino di non concedere lo spostamento delle gare in Messico, avanzato in via informale dalla stessa delegazione iraniana nei mesi scorsi, ha quindi sterilizzato ogni tentativo di mediazione che potesse allontanare la competizione dal territorio a stelle e strisce. Resta sullo sfondo l’incognita connessa ai visti per lo staff tecnico e dirigenziale che dovrà accompagnare la squadra; se l’amministrazione Trump ha garantito l’accesso per i soli atleti, molte delle figure di contorno potrebbero incorrere nello stesso trattamento riservato a Taj, rischiando di lasciare la spedizione iraniana orfana dei suoi vertici federali a bordo campo.

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