Infantino chiude la porta al ripescaggio dell'Italia: l’Iran giocherà i Mondiali negli Stati Uniti

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La conferma, arrivata ieri dal palco del Congresso Fifa a Vancouver, ha spazzato via ogni residua illusione circa un possibile ripescaggio dell’Italia, esclusa dalla fase finale del torneo per la terza volta consecutiva. Il numero uno del calcio mondiale, Gianni Infantino, ha infatti ribadito con forza la partecipazione della nazionale iraniana alla Coppa del Mondo del 2026, sancendo al contempo che la rappresentativa mediorientale scenderà in campo regolarmente sul suolo statunitense nonostante le tensioni geopolitiche – un elemento, quest’ultimo, che aveva alimentato nei mesi scorsi voci insistenti su un possibile cambio di sede o addirittura su un’esclusione dell’ultim’ora. “Posso confermare che l’Iran parteciperà alla Coppa del Mondo Fifa 2026 e che naturalmente giocherà negli Stati Uniti d’America”, ha dichiarato Infantino, incassando poi un inaspettato endorsement dal presidente americano Donald Trump, che da oltre un anno siede nuovamente alla Casa Bianca.

Trump spiana la strada: “Se lo ha detto Gianni, per me va bene”

Se l’intervento del presidente della Fifa aveva già posto un freno alle speranze di chi, in Italia, sperava in un ripescaggio sulla carta improponibile, le parole pronunciate da Donald Trump poche ore dopo hanno definitivamente chiuso qualsiasi spiraglio. Interpellato sulla vicenda, il capo della Casa Bianca ha allineato la propria posizione a quella di Infantino, verso il quale ha usato un tono confidenziale e privo di formalismi: “Gianni è fantastico, è un mio amico – ha affermato Trump – e quando mi ha parlato della cosa gli ho risposto: fai quello che vuoi. Puoi farli giocare o anche no”. Una dichiarazione che rovescia completamente l’orientamento mostrato dal tycoon nello scorso mese di marzo, quando aveva consigliato all’Iran di astenersi dal partecipare “per la loro stessa sicurezza”, seppur con un’apertura condizionale verso la loro accoglienza. Il dietrofront di Trump, che si è persino lasciato andare a una battuta sulla consistenza tecnica degli avversari (“Hanno una buona squadra? Non ne ho idea, sarebbe difficile da credere”), rimuove l’ultimo ostacolo politico a una presenza che, dal punto di vista regolamentare, non è mai stata in discussione.

L’offensiva simbolica di Teheran: scendere in campo come “Minab 168”

Mentre sul fronte istituzionale la partecipazione veniva ufficialmente blindata, le autorità iraniani hanno colto l’occasione per lanciare una controffensiva narrativa di forte impatto emotivo, legata alla denominazione con cui la squadra vorrebbe presentarsi al via della manifestazione. Non più semplicemente “Iran”, quindi, bensì “Minab 168” – un nome che, come reso noto dalle fonti governative al termine di una riunione del Comitato culturale per il Mondiale, intende veicolare messaggi di memoria storica legati a un episodio specifico indicato dalle autorità stesse. Il riferimento, inequivocabile, è a un attacco che sarebbe stato condotto da Stati Uniti e Israele lo scorso 28 febbraio; un’azione nella quale, secondo la versione ufficiale iraniana, persero la vita 168 studentesse della scuola Shajareh Tayyebeh di Minab. Hojjatoleslam Hassan Khani, che ha presieduto l’incontro, ha difeso la scelta definendo il Mondiale come “un’opportunità senza precedenti” in termini di visibilità globale, un palcoscenico ideale per trasformare il dolore collettivo in uno strumento di coesione nazionale.

L’ombra dell’esclusione e le residue speranze italiane (destinate a infrangersi)

Nonostante la doppia benedizione – quella politica di Trump e quella tecnica di Infantino – restano in realtà alcune incertezze procedurali legate alla reale volontà dell’Iran di presenziare, considerando che nei mesi scorsi la stessa federazione iraniana aveva ventilato l’ipotesi del boicottaggio a causa del conflitto in corso con Israele. A complicare la logistica si aggiungono i recenti problemi d’immigrazione che hanno bloccato l’ingresso in Canada dei dirigenti iraniani, i quali risultavano assenti al congresso di Vancouver nonostante l’invito formale. Tuttavia, la finestra per cambiare idea si sta rapidamente chiudendo: le scadenze organizzative della Fifa impongono una decisione definitiva entro l’11 maggio, ovvero un mese esatto prima del calcio d’inizio. E in caso di clamorosa defezione dell’ultimo minuto? Le regole prevedono che la sostituzione debba avvenire attingendo obbligatoriamente dalla stessa confederazione asiatica, tagliando fuori l’Italia a prescindere dal suo ranking Fifa. Per gli azzurri, dunque, la porta della corte mondiale resta spalancata solo su un miraggio – un’illusione ottica che, come confermano i fatti di queste ore, non troverà mai un riscontro concreto nel rettangolo verde.

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