Il Canada blocca i dirigenti iraniani, Infantino però assicura: “L’Iran giocherà i Mondiali negli Usa”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è chi è arrivato fin quasi a destinazione per poi dover fare immediatamente marcia indietro, e c’è chi – dall’alto del proprio scranno – prova a fare da parafulmine e a scansare le polemiche che, ormai da mesi, avvolgono la partecipazione di una Nazionale a quello che dovrebbe essere unicamente un evento sportivo. La cornice è quella del 76esimo Congresso Fifa, ospitato in questi giorni a Vancouver, ma il clima è tutt’altro che disteso. La notizia, destinata a rimbalzare da un capo all’altro del mondo, riguarda la delegazione iraniana: il presidente della Federcalcio di Teheran, Mehdi Taj, insieme ad altri due alti dirigenti – il segretario generale Hedayat Mombeini e il vice Segretario Hamed Momeni – è stato infatti respinto alla frontiera canadese.

Giunti a Toronto dopo aver ottenuto i visti necessari (un dettaglio burocratico non trascurabile), i tre rappresentanti sono stati fermati dalle autorità di immigrazione; un episodio che la stampa iraniana, citando fonti vicine alla federcalcio, non ha esitato a definire “ingiurioso” nei confronti delle proprie forze armate. La versione ufficiale, per quanto riguarda Ottawa, è molto più stringente e non lascia spazio a interpretazioni romantiche. Il governo canadese ha infatti designato il delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i Pasdaran) come organizzazione terroristica già nel giugno del 2024, e la legge in materia di immigrazione è severissima: chiunque abbia legami con questa entità non è autorizzato a mettere piede sul suolo canadese. Senza entrare nel dettaglio dei trascorsi professionali dei tre dirigenti (sebbene alcune fonti indichino in Taj un ex membro di quella forza paramilitare), la sostanza è che i tre, atterrati pieni di aspettative, sono stati costretti a reimbarcarsi su un volo di ritorno diretto in Turchia.

Il “tetto” della diplomazia e il palcoscenico del Congresso

Mentre la delegazione iraniana faceva dietrofront, a poche centinaia di chilometri di distanza, nella suggestiva cornice della Convention Centre di Vancouver, il presidente della Fifa Gianni Infantino saliva sul palco per cercare di spegnere – o quantomeno di ridimensionare – l’incendio diplomatico. La sua dichiarazione, rilasciata a ridosso dei lavori congressuali, è stata netta: “Permettetemi di iniziare confermando subito che, naturalmente, l’Iran parteciperà alla Coppa del Mondo Fifa 2026. E, naturalmente, l’Iran giocherà negli Stati Uniti d’America”. Una frase, quest’ultima, che assume i contorni di una presa di posizione non banale, considerando che proprio su suolo statunitense si giocheranno tutte le partite del girone G (quello che vede l’Iran opposto a Belgio, Egitto e Nuova Zelanda).

Infantino, visibilmente consapevole della tensione nella sala, ha provato a fare appello a quello che, nella narrazione del massimo organismo calcistico, è il mantra principale: il potere unificante del calcio. “Il calcio unisce il mondo”, ha detto, quasi a voler erigere un muro invisibile tra la politica spicciola dei controlli alle frontiere e la passione sportiva. Tuttavia, l’assenza della delegazione iraniana al Congresso – l’unica tra i 211 membri a non essere rappresentata fisicamente – ha urlato più di mille parole, rendendo evidente il cortocircuito in atto.

Una questione di sicurezza e il nodo della viabilità

Quella che emerge dalla vicenda, al di là degli slogan, è una complessa partita a scacchi tra sovranità nazionale e regolamenti internazionali. Da un lato, come confermato dalla ministra degli Esteri canadese Anita Anand, i funzionari iraniani sono stati bloccati sulla base di una valutazione di sicurezza preventiva; i loro permessi di ingresso sono stati revocati prima ancora che potessero varcare il gate dell’aeroporto Pearson di Toronto. Dall’altro lato, c’è la ferma volontà della Fifa di non cedere a pressioni esterne: l’ipotesi, ventilata in alcune occasioni, di uno spostamento delle partite in Messico per garantire maggiore tranquillità alla spedizione iraniana, è stata già archiviata con un secco no da parte del presidente Infantino.

A complicare ulteriormente il quadro c’è anche la questione pratica della logistica. Perché la delegazione, diretta a Vancouver (sulla costa pacifica), è atterrata a Toronto (quasi dall’altra parte del continente)? Un itinerario, questo, che ha sollevato più di un sopracciglio tra gli addetti ai lavori. La circostanza, sebbene marginale, rende l’idea delle difficoltà quotidiane che lo staff tecnico e i giocatori potrebbero incontrare durante la manifestazione, la quale – ricordiamolo – si svolgerà in un contesto di visti incrociati tra Usa, Messico e Canada.

Polemiche e scenari di un mondiale “blindato”

Mancano ormai poco più di quaranta giorni al calcio d’inizio del torneo, e l’episodio dei dirigenti rimpatriati rischia di gettare un’ombra lunga sulla kermesse. Nonostante i tentativi di rassicurazione da parte di Infantino (il quale ha ricordato che l’Italia, per chi ancora ci sperava, non verrà ripescata al posto della formazione persiana), la questione della sicurezza dei giocatori iraniani resta un tema spinoso. Se i dirigenti sono stati respinti in quanto legati a doppio filo con le strutture militari del proprio paese, cosa succederà ai calciatori? O agli accompagnatori ufficiali?

Il Canada, dal canto suo, non ha fornito dettagli specifici sul caso, citando le rigide leggi sulla privacy, ma il messaggio politico è inequivocabile: gli Stati che compongono il triumvirato organizzativo, pur essendo alleati, mantengono una sovranità assoluta sui propri confini. La presenza dell’Iran in questa edizione del Mondiale era già stata messa in dubbio diverse settimane fa a causa delle tensioni geopolitiche, ma l’intervento del massimo dirigente Fifa sembra aver definitivamente chiuso la porta a qualsiasi ipotesi di esclusione. Resta da vedere, a questo punto, come si districheranno le autorità americane (dove Trump è tornato alla Casa Bianca), alle prese con la gestione dei visti per una delegazione proveniente da una nazione formalmente nemica.

Quel che è certo, leggendo i fatti, è che la strada per il 2026 è ancora disseminata di veti incrociati: il calcio, nonostante le dichiarazioni d’intenti, si trova ancora una volta a fare i conti con le dure leggi della geopolitica.

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