Iran ai Mondiali, Trump benedice la Fifa: “Se lo dice Gianni, per me va bene”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   È bastato il nome di battesimo, quasi fossero vecchi amici di college più che il presidente americano e il numero uno del calcio mondiale, per archiviare una delle questioni diplomaticamente più spinose in vista della Coppa del Mondo 2026. Donald Trump, rispondendo ai cronisti sulla partecipazione della nazionale iraniana al torneo che prenderà il via tra poco più di un mese, ha di fatto delegato ogni decisione a Gianni Infantino, mostrando una fiducia a senso unico che taglia corto con qualsiasi tentennamento emerso nelle settimane precedenti. “Beh, se lo ha detto Gianni, per me va bene”, ha dichiarato il presidente, aggiungendo un “Gianni è fantastico” che suona più come un lasciapassare politico che come un semplice complimento. Con questa breve dichiarazione, che irony della sorte arriva proprio mentre i riflettori sono puntati sulle tensioni in Medio Oriente, Trump ha allineato la Casa Bianca alla linea dura imposta dalla Fifa, spazzando via le voci di un possibile ripescaggio che avevano alimentato le speranze (e le quote delle agenzie di scommesse) di nazioni rimaste escluse, Italia in testa.

Il “no” secco di Infantino e la linea del calcio che unisce

La genesi di questa presa di posizione affonda le radici nel discorso di apertura del 76esimo Congresso Fifa, tenutosi a Vancouver. Davanti ai delegati di tutte le federazioni mondiali – ad esclusione di quella iraniana, come vedremo – Gianni Infantino ha voluto fugare ogni dubbio con una nettezza che non ammetteva repliche. “L’Iran parteciperà alla Coppa del Mondo 2026 e, naturalmente, giocherà le sue partite negli Stati Uniti”, ha tuonato il presidente, motivando la scelta con un richiamo quasi etico alla funzione sociale dello sport. “Il calcio unisce il mondo. Dobbiamo unire le persone, questa è la nostra responsabilità”. Una dichiarazione, quest’ultima, che chiude definitivamente la porta a qualsiasi richiesta di spostamento delle gare in Messico o, peggio ancora, all’ipotesi di una squalifica dell’ultimo minuto che avrebbe stravolto il quadro del Gruppo G. La nazionale iraniana, infatti, è attesa al debutto il 16 giugno a Inglewood (California) contro la Nuova Zelanda, per poi spostarsi a Seattle dove affronterà Belgio ed Egitto.

Il paradosso del Congresso: l’Iran escluso… dal Canada

Se la retorica della Fifa parla di unità, la realtà logistica degli stati ospitanti ha raccontato però una storia diametralmente opposta, segnando un controsenso difficile da ignorare. Mentre Infantino parlava di inclusione, la scranna della delegazione iraniana a Vancouver restava vuota per un motivo ben preciso: il presidente della federcalcio Mehdi Taj, insieme ad altri due dirigenti, è stato letteralmente rimbalzato alla frontiera canadese. Giunti all’aeroporto Pearson di Toronto con visti regolari, i funzionari sono stati fermati e rispediti al mittente; una vicenda, questa, che ha dell’incredibile se si considera che il Canada è co-organizzatore del torneo. La motivazione ufficiale, emersa nei dettagli solo nelle ore successive, è di natura squisitamente politica e non lascia spazio a interpretazioni: Taj avrebbe avuto in passato ruoli dirigenziali all’interno del delle Guardie della Rivoluzione Islamica, un’organizzazione che Ottawa classifica come entità terroristica. “Non sono i benvenuti sul nostro suolo”, è stato il sunto della posizione canadese, una crepa evidente nell’armonia della macchina organizzativa condivisa da Stati Uniti, Messico e Canada.

Un’alleanza che scavalca la diplomazia tradizionale

La sovrapposizione di questi due eventi – la benedizione di Trump e l’umiliazione subita dai dirigenti iraniani – dipinge il quadro di un Mondiale giocato su due piani distinti. Da un lato, c’è il binomio personale tra Trump e Infantino, un’alleanza che Ignazio Messina definirebbe quasi “trumpiana” nella sua immediatezza: “Se lo ha detto lui, credo che si debba lasciarli giocare”, ha ripetuto il presidente, quasi sottintendendo che senza l’intercessione dell’amico svizzero il destino dell’Iran sarebbe stato ben più incerto. Dall’altro, c’è l’evidenza sul campo che la presenza fisica della delegazione iraniana (e chissà, in futuro, dei calciatori stessi) potrebbe trasformarsi in un ginepraio burocratico. Trump, dal canto suo, ha infine sdrammatizzato con una battuta sulla competitività della squadra (“Hanno una buona squadra? Io non credo”), chiudendo l’argomento con la leggerezza di chi, probabilmente, ha già spostato la sua attenzione su altro.

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