Infantino conferma l’Iran ai Mondiali 2026, nonostante la guerra. E all’Italia non resta che guardare
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
Le speranze di un ripescaggio last minute, quelle alimentate per settimane dai tifosi e da una certa narrativa giornalistica, si sono infrante contro la realtà dei fatti e, va detto, contro la ferma volontà politica del massimo organismo calcistico. Il presidente della FIFA, Gianni Infantino, parlando al forum “Invest in America” della CNBC a Washington, ha infatti chiuso ogni spiraglio utile all’Italia, dichiarando senza mezzi termini che l’Iran “sicuramente” parteciperà alla fase finale dei Mondiali del 2026, nonostante il conflitto devastante che continua a infiammare il Medio Oriente e che vede proprio gli Stati Uniti – uno dei paesi co-ospitanti insieme a Canada e Messico – contrapposti a Teheran.
Il criterio sportivo come scudo (e come condanna per l’Italia)
La posizione di Infantino, che aveva già avuto modo di incontrare la delegazione iraniana in un ritiro in Turchia, è parsa chiara sin dalle prime battute del suo intervento. Il presidente, che ormai da oltre un anno condivide il palcoscenico internazionale con l’amministrazione Trump – con la quale, va ricordato, ha intrattenuto rapporti cordiali culminati nell’assegnazione del “Fifa Peace Prize” – ha ribadito il principio secondo cui la qualificazione sportiva deve restare il criterio principale e inappellabile. “L’Iran deve venire, rappresentano la loro gente, si sono qualificati e i loro giocatori vogliono giocare”, ha dichiarato, aggiungendo un’incidentale che suona come una doccia gelata per la Federazione Italiana: “Lo sport dovrebbe essere al di fuori della politica”.
Peccato che quella stessa politica, che Infantino vorrebbe tenere lontana dai campi di calcio, sia l’unica ragione per cui l’Italia aveva ancora un filo di speranza. Dopo la clamorosa eliminazione ai playoff contro la Bosnia, l’unica via per vedere gli azzurri al via dell’11 giugno sarebbe stata esattamente quella opposta: un’esclusione dell’Iran su basi politiche o di sicurezza. La FIFA, in realtà, aveva persino valutato scenari alternativi come un “super playoff intercontinentale” a quattro squadre – che avrebbe visto l’Italia ai nastri di partenza grazie al ranking – oppure la sostituzione con la migliore asiatica esclusa, ossia gli Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, le recenti aperture del ct iraniano, Amir Ghalenoei (“Se Dio vuole, ci saremo”), hanno spazzato via queste voci, convincendo il Consiglio FIFA a non attivare l’articolo 6.7 del regolamento.
Le tensioni parallele tra FIFA e Casa Bianca
Se la questione iraniana sembra chiusa, non altrettanto si può dire di un altro dossier caldo che vede contrapposti Infantino e l’establishment americano. A poche settimane dal fischio d’inizio, serpeggia forte la tensione riguardo al ruolo dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) durante la kermesse. L’amministrazione Trump, che ha fatto della linea dura sull’immigrazione il suo cavallo di battaglia, non ha nascosto l’intenzione di mantenere alta la sorveglianza, e alcuni alti funzionari hanno confermato che le forze federali saranno parte integrante del dispositivo di sicurezza. Secondo quanto riportato da testate internazionali come The Athletic, alcuni dirigenti FIFA avrebbero suggerito a Infantino di chiedere a Trump una moratoria totale sui raid federali durante i trentanove giorni del torneo.
L’obiettivo sarebbe quello di evitare scene di tensione che potrebbero rovinare l’immagine dell’evento, magari replicando quanto già accaduto (tra proteste e critiche) durante lo scorso Mondiale per Club negli Stati Uniti. E se da un lato la Casa Bianca ha parlato di un evento “sicuro e spettacolare”, dall’altro non ha fornito garanzie esplicite sul comportamento degli agenti, lasciando Infantino – che siede nel controverso “Board of Peace” voluto da Trump – nella scomoda posizione di dover mediare tra l’etica sportiva e le leggi interne del paese ospitante.
Un Mondiale segnato dalla geopolitica
In questo contesto, dunque, l’Italia si ritrova spettatrice ininfluente di un gioco molto più grande. La decisione di confermare l’Iran – nonostante il boicottaggio temporaneamente minacciato da Teheran dopo i bombardamenti di fine febbraio e nonostante le dichiarazioni del ministro dello Sport iraniano, che aveva definito “corrotto” il regime americano – trasforma il girone in una potenziale polveriera. La nazionale persiana, che dovrebbe disputare le sue partite tra Los Angeles e Seattle, si prepara ad arrivare in territorio “nemico” sotto la scorta (simbolica) di un presidente della FIFA che, dal canto suo, sembra intenzionato a blindare la partecipazione a tutti i costi, nella speranza che la tregua regga almeno fino a giugno.




