Sfregiata in metrò a Milano, il racconto della 22enne: "Sangue e paura, ho pensato di morire"
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Redazione Interno
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La paura, il sangue che non smetteva di scorrere, la sensazione di non vedere più nulla. Sono questi i frammenti di un incubo che una ragazza di ventidue anni, originaria del Marocco, ha cercato di ricostruire davanti agli inquirenti dopo l'aggressione subita giovedì pomeriggio sulla banchina della metropolitana di Milano, alla fermata Duomo. Il suo volto, ora deturpato da un taglio profondo, porta i segni di un attacco che definire brutale appare quasi riduttivo, e che lascia intravedere un futuro costellato di interventi chirurgici e lunghi percorsi di recupero, sia fisico che psicologico.
Il racconto della giovane, ascoltata dagli investigatori dopo essere stata dimessa dal Policlinico, restituisce la dinamica di quei secondi che le hanno cambiato la vita, offrendo al contempo uno spaccato agghiacciante della furia che ha animato il suo aggressore.
La vittima, che per ragioni di riservatezza è stata identificata con il nome di Fatima, ha ricostruito minuziosamente i momenti precedenti l'aggressione. La sua giornata trascorreva in modo normale, tra una passeggiata in centro e l'incontro con alcuni amici, prima di dirigersi verso i tornelli della M3, la linea gialla.
Mentre attendeva il treno, l'uomo, un ventisettenne algerino di nome Mohammed Saidi, si sarebbe avvicinato "di scatto". Secondo quanto riportato nel verbale, l'aggressore non ha esitato a sputarle due volte sul viso, un gesto che la giovane ha interpretato come un atto di disprezzo. Non c'è stato il tempo per una reazione o per allontanarsi: un pugno al labbro ha preceduto l'estrazione del coltello e la coltellata al volto, un fendente che ha lacerato la pelle e gettato la ragazza in un vortice di dolore e terrore.
Il racconto drammatico e la paura di morire
"Ho pensato di morire". Questa frase, asciutta e terribile, è stata ripetuta più volte dalla ragazza durante il suo esame. La ventiduenne ha spiegato di non riuscire più a vedere, accecata dal sangue che le colava sul viso e che, mescolandosi al terrore, le impediva persino di respirare regolarmente. È un racconto che mette i brividi, quello di Fatima, che ora si trova a fare i conti con una realtà drammatica: un taglio profondo che resterà impresso per sempre sul suo viso.
Uscita dal Policlinico alle otto di sera, ha iniziato la sua lunga convalescenza, consapevole che le cicatrici visibili saranno solo una parte del fardello che dovrà portare. "Il mio viso è completamente rovinato. Ho solo 22 anni, sono ancora piccola", ha dichiarato la giovane, lasciando trasparire tutto lo smarrimento e la rabbia per un avvenimento che ha sconvolto la sua esistenza e quello che, fino a poco prima, era il suo futuro.
Le contraddizioni di un sistema: l'arresto e la libertà
Al di là della ferocia dell'aggressione, il caso solleva interrogativi inquietanti che vanno ben oltre la ricostruzione dei fatti. La domanda che molti si pongono, e che emerge con forza dai dettagli della vicenda, riguarda la possibilità che un individuo come Mohammed Saidi potesse circolare liberamente a poche ore da un arresto. L'algerino era stato fermato dodici ore prima dell'aggressione mentre tentava di scassinare automobili in sosta su corso Buenos Aires.
Condotto in tribunale e giudicato per direttissima, l'uomo, essendo risultato incensurato, era stato rimesso in libertà con l'unica prescrizione di non risiedere a Milano. Un provvedimento che, di fatto, non ha impedito a Saidi di trovarsi sulla banchina della metropolitana, pronto a colpire una giovane donna che incrociava il suo sguardo. Questa finestra di libertà, concessa nonostante la flagranza di reato, getta un'ombra sull'efficacia delle misure cautelari e sulla loro capacità di proteggere la collettività da individui potenzialmente pericolosi.
L'aggressore e la ricostruzione della Procura
L'arresto di Mohammed Saidi, eseguito dagli agenti della Polizia Locale su disposizione della Procura di Milano diretta da Marcello Viola, ha permesso di ricostruire la sua posizione. La motivazione che avrebbe scatenato la furia dell'uomo, come riportato, sarebbe legata al fatto che, in quanto "uomo musulmano", si sarebbe sentito infastidito dall'essere guardato da una donna. Un movente che aggiunge un ulteriore tassello di inquietudine a un quadro già di per sé fosco, segnato da una violenza cieca e immotivata.
La giovane vittima, intanto, si appresta ad affrontare un percorso di ricostruzione che, al di là dell'intervento dei chirurghi, richiederà tempo e forza d'animo. La sua storia resta il monito più drammatico di come la violenza possa irrompere nella vita quotidiana, trasformando una semplice attesa in metropolitana in un episodio destinato a lasciare un segno indelebile.




