Italia-Inghilterra, un pomeriggio da leggenda: la vittoria che vale una stagione

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il boato che ha salutato il fischio finale dello Stadio Olimpico, domenica scorsa, non era soltanto l’espressione di una gioia incontenibile per un risultato storico; era piuttosto il fragore di un’onda lunga anni, fatta di crescita, sacrificio e della progressiva demolizione di quei complessi di inferiorità che per troppo tempo hanno afflitto il rugby italiano. La Nazionale di Gonzalo Quesada, con quel 23-18 rifilato all’Inghilterra, ha firmato la prima vittoria in trentatré confronti nel Sei Nazioni contro la "Rosa", un’impresa che va ben oltre i novanta minuti di gioco e che proietta gli azzurri in una dimensione completamente nuova. Era dal trionfo contro la Scozia di un mese fa, un’altra partita sofferta e vinta con carattere, che non si vedeva una tale consapevolezza nei propri mezzi, una maturità nel gestire i momenti cruciali dell’incontro che in passato, invariabilmente, finivano per trasformarsi in trappole mortali.

Il merito, va detto senza timore di smentita, è in larga parte dell’allenatore argentino, subentrato a Kieran Crowley con il compito di dare una struttura e una mentalità vincente a un gruppo di ragazzi già di per sé talentuoso. Quesada, che qualcuno ha già paragonato a Julio Velasco per la sua meticolosità quasi maniacale e la capacità di entrare nella testa dei giocatori, ha costruito la vittoria sulla pazienza e sulla lucidità, due virtù che in passato hanno brillato per assenza. Nel primo tempo, l’Inghilterra ha provato a imporre la sua fisicità e a giocare al limite, mettendo in difficoltà il piano gara italiano, ma la squadra non si è sfaldata come sarebbe accaduto in altre epoche. Ha retto l’urto, ha subito e poi, nella ripresa, ha piazzato la zampata letale, dimostrando che la panchina lunga e di qualità può fare la differenza, proprio come lo stesso Quesada aveva previsto alla vigilia.

Se è vero che le due mete segnate hanno pareggiato il conto con quelle inglesi, è dalla precisione al piede e dalla solidità difensiva nei minuti finali che è arrivato il successo. Ma al di là dello score, a colpire è stata la serenità con cui capitan Michele Lamaro e i suoi compagni hanno condotto la barca in porto, anche quando il vento soffiava contrario. Questa è una squadra giovane, sì, ma che non soffre più di vertigini; anzi, sembra quasi divertirsi a guardare il panorama dall’alto, dopo aver scalato una montagna che per anni era parsa invalicabile. E dire che alla vigilia, Quesada aveva dovuto gestire situazioni complesse, riaccogliendo dopo due partite di assenza Juan Ignacio Brex, il centro tornato proprio in tempo per l’appuntamento con la storia, e affidandosi ancora una volta alle coppie di fratelli Garbisi e Cannone, un segnale di continuità e di fiducia nel gruppo che ha pagato.

In classifica, ora, l’Italia guarda tutti dall’alto con la consapevolezza di chi non deve più chiedere permesso. Il percorso intrapreso dal 2024, quando Quesada ha preso in mano le redini del progetto, ha portato a una crescita costante e inesorabile, fatta di sette vittorie che hanno ridisegnato la gerarchia del torneo. Il tecnico argentino, nel suo approccio, aveva parlato di "competere contro tutti" e di ridurre il gap con le potenze, un obiettivo che a Roma è stato centrato in pieno, trasformando in realtà quella che fino a ieri era solo una nobile aspirazione.

L’Olimpico trasformato in un tempio laico del rugby

I settantamila dell’Olimpico non sono stati semplici spettatori, ma parte integrante di questo capolavoro. Il loro sostegno, caldo e costante, ha avvolto la squadra in un abbraccio che ha fatto la differenza nei momenti di maggiore pressione, quando gli inglesi provavano a rientrare in partita con la loro proverbiale flemma. Quella marea azzurra, che ha spinto fino all’ultimo respiro, ha rappresentato la perfetta sintesi di un movimento che sta vivendo una rinascita profonda, radicata nel lavoro dei club e nella passione della gente.

Una vittoria che affonda le radici nel lavoro quotidiano

Non è un caso che questo successo arrivi dopo un percorso di crescita che Quesada ha voluto condividere con tutto il movimento, visitando le realtà locali e parlando con gli allenatori di base, quelli che formano i ragazzi e insegnano loro i valori della palla ovale. L’allenatore, che ama definirsi per il settanta per cento un manager di uomini e per il trenta un tecnico, ha saputo creare un ambiente in cui ognuno si sente partecipe, dal primo all’ultimo tassello della rosa, e in cui l’ossessione per il dettaglio si sposa con una visione più ampia e inclusiva del gioco. Ora, con questa pietra miliare piantata nel cuore del Sei Nazioni, l’Italrugby può guardare con occhi diversi anche alla prossima sfida contro il Galles, forte di una consapevolezza che nessuno potrà più scalfire.

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