Sei Nazioni, l’Italia di Quesada nella storia: Inghilterra battuta per la prima volta all'Olimpico

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è un prima e un dopo, nel rugby italiano, e la linea di demarcazione è netta come la meta segnata ieri da Leonardo Mari, tuffatosi sulla palla nell’area di meta inglese per scrivere una pagina che mancava nell’albo d’oro azzurro. Allo stadio Olimpico di Roma, davanti a un pubblico che non ha mai smesso di crederci, l’Italia ha battuto l’Inghilterra per 23 a 18, un risultato che profuma di impresa epocale se si scorrono gli almanacchi e si contano i trentatré precedenti, tutti a favore della Rosa. È accaduto, finalmente, quello che dal lontano 1991, anno del primo confronto ufficiale, sembrava un taboo destinato a rimanere tale, una pietra miliare troppo pesante da spostare per una nazionale che, per quanto in crescita, arrivava sempre con i favori del pronostico dalla parte degli inventori del gioco.

Il primo tempo aveva viaggiato sui binari di una partita vera, maschia, con l’Italia che non sfigurava ma che subiva la maggiore esperienza degli inglesi, capaci di andare all'intervallo sul 12 a 10 grazie alla meta di Roebuck che aveva risposto a quella di un incontenibile Menoncello. Nella ripresa, però, la musica è cambiata: la squadra di Gonzalo Quesada, l’uomo che dalla panchina sta ridisegnando l’identità di questo gruppo, ha alzato il ritmo, ha messo in campo una difesa feroce e ha creduto in un disegno tattico che prevedeva di restare aggrappati alla partita fino all’ultimo respiro. E quando l’Inghilterra, complice anche la doppia inferiorità numerica per i cartellini gialli sventolati a Underhill e Itoje, ha perso lucidità, l’Italia non ha sbagliato un colpo. La meta di Mari a otto minuti dalla fine, che ha trasformato il 18-16 in 23-18, è stata la logica conseguenza di una pressione costante e di una convinzione maturata match dopo match.

Se è vero che Roma difficilmente diventerà Twickenham, è altrettanto vero che da ieri l’Olimpico ha smesso di essere quel terreno di conquista dove le grandi del Nord venivano per fare bottino pieno, spesso con la sufficienza di chi sa di dover solo timbrare il cartellino. L’edizione 2026 del Sei Nazioni regala quindi alla capitale un primato assoluto: l’Italia resta imbattuta in casa, un dato che certifica la crescita esponenziale di un movimento che ora, sabato prossimo a Cardiff, può persino inseguire il record di tre vittorie in un singolo torneo. E tutto questo porta la firma di un tecnico, Quesada, che non si è limitato a curare gli schemi, ma ha forgiato un gruppo capace di gestire la pressione, di non crollare nei momenti di difficoltà e di credere fino in fondo nelle proprie possibilità, come lo stesso ct ha sottolineato a caldo parlando di orgoglio e di un lavoro immenso portato a termine dai suoi ragazzi.

Una notte da leoni per l'Italrugby che riscrive la storia

La partita è stata un continuo alternarsi di emozioni, una battaglia fisica e mentale che ha visto l'Italia non solo reggere l'urto, ma imporre il proprio gioco nei frangenti cruciali. Dopo un avvio in equilibrio, con gli azzurri a condurre grazie a un piazzare di Garbisi, l'Inghilterra ha reagito prima con la meta di Freeman e poi con quella di Roebuck, dimostrando perché, nonostante le recenti difficoltà, rimanga una corazzata. Ma a differenza di altre occasioni, lo spogliatoio ha restituito una squadra diversa, più consapevole, che nella seconda frazione ha alzato il livello dell'aggressività, costringendo gli avversari a falli sistematici e a una gestione confusionaria del pallone. La regia di Page-Relo e la precisione al piede di Garbisi, nei momenti clou, hanno fatto il resto, tenendo l'Italia sempre a contatto fino all'allungo decisivo. È stato un trionfo voluto, cercato e costruito, non una casuale impresa estemporanea.

Quesada, l'architetto argentino della rinascita azzurra

Gonzalo Quesada, 51 anni, primo ct argentino nella storia dell'Italrugby, sta scrivendo il suo nome accanto a quelli dei più grandi artefici di imprese sportive nel nostro paese. Arrivato in un momento di transizione, ha saputo innestare in un gruppo già di per sé talentuoso una mentalità vincente e una solidità difensiva che in passato rappresentavano il tallone d'Achille. La sua carriera, da apertura dei Pumas con 38 caps e miglior realizzatore al Mondiale del 1999, lo aveva già proiettato nell'élite del rugby mondiale, ma è da allenatore, prima nello staff della Francia finalista ai Mondiali del 2011, poi vincendo titoli in patria con lo Stade Français e conducendo i Jaguares alla finale del Super Rugby, che ha affinato quella visione e quella meticolosità che oggi applica con successo alla nazionale azzurra. Sotto la sua guida, ogni dettaglio viene curato, ogni avversario studiato, e i giocatori sembrano aver finalmente interiorizzato un'identità di gioco che li rende competitivi con chiunque.

Verso Cardiff per chiudere in bellezza un'edizione da sogno

Ora la testa va al Galles, ultimo impegno del torneo, in programma sabato prossimo a Cardiff. Una trasferta tradizionalmente insidiosa, contro una squadra che, nonostante sia all'ultimo posto in classifica e a secco di vittorie, giocherà davanti al proprio pubblico per l'onore e per evitare il cucchiaio di legno. L'Italia, forte di questa iniezione di fiducia e di una classifica che la vede saldamente al quarto posto con nove punti, ha l'opportunità di fare qualcosa di mai riuscito prima: vincere tre partite in una singola edizione del Sei Nazioni. Sarebbe la ciliegina sulla torta di un torneo che ha già regalato gioie indicibili, dimostrando che la differenza, ora, la fanno la testa e la capacità di soffrire insieme, qualità che questa squadra ha dimostrato di possedere in abbondanza.

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