Il ct Quesada e la notte che ha cancellato il cucchiaio di legno

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Serviva un uomo capace di guardare oltre il risultato immediato, qualcuno che sapesse ricucire le ferite di un Mondiale andato male e che, soprattutto, avesse le idee chiare su come trasformare un gruppo di talento in una squadra affidabile. Gonzalo Quesada, arriva alla fine del 2023, voluto dall’allora presidente Marzio Innocenti per raccogliere un’eredità pesante e, va detto, per diventare il primo argentino a guidare la nostra Nazionale, una scelta che potrebbe persino sorprendere se si pensa ai profondi legami che da sempre uniscono il rugby italiano a quello sudamericano. Ma Quesada non è solo l’uomo giusto per il suo curriculum di giocatore — 38 caps con i Pumas e miglior marcatore dei Mondiali del 1999 — lo è anche per quella sua capacità di parlare chiaro, di entrare nelle teste dei giocatori senza alzare la voce, come chi ha imparato, in tanti anni trascorsi tra Francia e Argentina, che la disciplina tattica conta quanto la passione.

Un percorso cominciato lontano dall’Italia

Per capire cosa abbia portato Quesada a sedersi sulla panchina azzurra, bisogna seguire il filo di una carriera costruita con pazienza e intelligenza. Dopo aver chiuso la carriera da giocatore in Francia, dove aveva militato in club come Narbonne, Béziers e Stade Français, Quesada inizia subito ad allenare, entrando nello staff della nazionale transalpina guidata da Marc Lièvremont, quella che nel 2011 sfiorò il Titolo mondiale contro gli All Blacks. Da lì, le esperienze si susseguono: guida il Racing 92, poi torna allo Stade Français e vince un campionato francese nel 2015 e una Challenge Cup nel 2017, con un capitano d’eccezione come Sergio Parisse, che di Quesada conserverà un ricordo nitido, fatto di attenzione maniacale ai dettagli e di una rara capacità di tenere unito lo spogliatoio. C’è poi la parentesi argentina, alla guida dei Jaguares, portati fino alla finale del Super Rugby, e il ritorno a Parigi, prima della chiamata che lo porta in Italia.

Quesada arriva in un momento complicato, con una squadra che viene da un Mondiale deludente e con la necessità di ritrovare fiducia. Il suo primo Sei Nazioni, quello del 2024, comincia con una sconfitta pesante contro l’Inghilterra, ma il lavoro prosegue senza scossoni, con la pazienza di chi sa che i processi hanno bisogno di tempo. Per la sfida contro la Francia, a Lille, sceglie di schierare sette giocatori che militano nel campionato transalpino, una mossa che non è solo tecnica, ma anche psicologica: vuole dare a quei ragazzi una motivazione extra, farli sentire parte di un progetto che li mette al centro, sfruttando la conoscenza diretta degli avversari. La partita finisce male, con un’altra sconfitta, ma qualcosa comincia a muoversi sotto la superficie, nella testa dei giocatori e nella loro consapevolezza.

La notte dell’Olimpico e il peso della storia

E poi arriva il 2025, e con esso la partita che tutti aspettavano. Allo stadio Olimpico di Roma, l’Italia affronta l’Inghilterra, quella stessa Inghilterra che aveva sempre vinto, in trentadue precedenti, senza mai lasciare spazio a illusioni. Stavolta, però, gli azzurri scendono in campo con un’altra testa, con quella solidità che Quesada aveva cercato di costruire giorno dopo giorno, correggendo gli errori di gestione, lavorando sulla fase difensiva, insegnando a non buttare via palla in zone pericolose del campo. Finisce 23 a 18, con due mete segnate e due subite, ma con una differenza nei calci piazzati che premia la precisione italiana. Il fischio finale libera un’esplosione di gioia che sembra quasi surreale, per chi ha seguito per anni le sofferenze di questa Nazionale. I giocatori si abbracciano sotto le tribune, il pubblico li trattiene in campo con cori incessanti, e in mezzo a quel tripudio c’è Tommaso Menoncello, premiato come migliore in campo, simbolo di una generazione che non vuole più accontentarsi di partecipare.

Quesada, però, non è uomo da lasciarsi trascinare dall’entusiasmo. Lui sa bene che quella vittoria, storica e pesantissima, è solo un tassello di un percorso più lungo, un segnale che la strada intrapresa è quella giusta, ma non certo un punto d’arrivo. Il suo lavoro, fatto di riunioni interminabili e di attenzione per ogni minimo dettaglio, come gli riconosce chi l’ha allenato, continua senza sosta, perché il rugby di oggi non concede soste e perché il livello del Sei Nazioni non perdona distrazioni. Quella notte all’Olimpico, però, nessuno potrà portargliela via, né a lui né a quei ragazzi che hanno finalmente imparato a crederci fino in fondo.

Il metodo di un costruttore

Quel che colpisce, di Gonzalo Quesada, è il modo in cui è riuscito a entrare in sintonia con un gruppo che veniva da anni di frustrazioni. Lui non promette rivoluzioni, non alza la voce, non cerca colpevoli. Preferisce spiegare, coinvolgere, far sentire ciascuno parte del progetto. Quando parla in italiano, una lingua che ha imparato in pochi mesi con una dedizione che stupisce, lo fa con precisione, scegliendo le parole giuste, calibrate, senza lasciare spazio a fraintendimenti. I giocatori lo apprezzano per questo, per quella capacità di stare in mezzo a loro senza invadere, di guidare senza sopraffare, di correggere senza umiliare. E i risultati, piano piano, cominciano a vedersi, non solo nei numeri, ma nell’atteggiamento in campo, nella sicurezza con cui la squadra affronta anche gli avversari più forti, senza più quel timore reverenziale che per troppo tempo ne ha condizionato le prestazioni.

keywords: rugby, Italia, Gonzalo Quesada, Sei Nazioni, vittoria Inghilterra, ct azzurro, nazionale italiana description: Gonzalo Quesada, primo ct argentino dell’Italia, guida gli azzurri alla storica prima vittoria contro l’Inghilterra nel Sei Nazioni 2025 all’Olimpico di Roma.

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