L’Odissea di Nolan, il grecista: «Ulisse? Troppo frettoloso e senza l’inganno di “Nessuno”»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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È difficile, quasi impossibile, avvicinarsi all’Odissea di Christopher Nolan con l’aspettativa di rivedere, punto per punto, il poema omerico che si studia sui banchi di scuola. Perché quell’Odissea, prima ancora di arrivare sul grande schermo, è stata raccontata, tramandata, trasformata e riscritta per quasi tremila anni.
E lo stesso Ulisse che crediamo di conoscere non è sempre stato lo stesso: quello di Omero vuole disperatamente tornare a casa, quello di Dante riparte alla ricerca di conoscenza, quello di Nolan torna dalla guerra portandosi dietro traumi, sensi di colpa e una complessità molto contemporanea.
Così, per capire quanto ci sia di Omero nel kolossal che ha già superato i 260 milioni di dollari al box office globale nel weekend d’esordio, abbiamo chiesto a un grecista di guardare il film con occhi diversi, senza dare il via a una caccia alle inesattezze, ma cercando di comprendere le scelte del regista.
Un Ulisse frettoloso e senza l’inganno di «Nessuno»
Andrea Rodighiero, professore di Lingua e letteratura greca all’Università di Verona, ha accolto l’invito di Vanity Fair a visionare il film con lo sguardo di chi Omero lo studia e lo insegna. E la prima riflessione, come ha raccontato, è proprio sul protagonista. L’Ulisse di Nolan, a tratti, appare quasi frettoloso.
«Penso, ad esempio, alla seconda freccia che lancia contro l’occhio del Ciclope, dopo che comunque erano già usciti dalla grotta» ha spiegato Rodighiero, sottolineando come questa impulsività si discosti dall’eroe omerico, tradizionalmente paziente e capace di attendere il momento giusto.
E poi c’è la celeberrima scena di Polifemo. Dal punto di vista filmico, il mostro è straordinario, ma il regista ha scelto di eliminare completamente la sezione dialogica. Non c’è nessun discorso articolato tra il gigante e Ulisse, e il famosissimo trucco del nome «Nessuno» viene completamente meno. «Forse per la difficoltà di rendere un gioco di parole in un testo tradotto», aveva anticipato lo stesso Nolan in un’intervista, ma la scelta, di fatto, cancella uno degli snodi narrativi più celebri dell’intera Odissea.
Il trauma della guerra e un uomo «complicato»
Se l’astuzia e la pazienza vengono ridimensionate, la complessità del personaggio viene invece amplificata. Nolan, ha ricordato Rodighiero, si è ispirato alla traduzione di Emily Wilson, la prima donna a tradurre il poema in inglese. Wilson rende il celebre epiteto omerico di Ulisse, polytropos, non con «che ha molto vagato» o «dai molti espedienti», ma con «complicato».
Questo, secondo il professore, è un termine calzante per descrivere l’eroe nolaniano: «È un Ulisse pentito, che soffre di stress post-traumatico e che ha mal sopportato non tanto l’assedio di Troia quanto piuttosto la presa della città e la violenza che i Greci hanno portato al suo interno».
La gloria della guerra viene sostituita dal senso di colpa. Ulisse torna a Itaca quasi pentendosi di tutto ciò che ha fatto. Questa è una delle parti più affascinanti dell’interpretazione di Nolan, ma anche una delle più discusse. La stessa Emily Wilson ha criticato la scelta del regista di appropriarsi di un Ulisse così fragile, che tradisce il tratto glorioso ed eroico del personaggio omerico. Tuttavia, come ha osservato Rodighiero, «non mancano segni di debolezza negli eroi omerici», che vengono ritratti psicologicamente attraverso le azioni e le lacrime.
Quindi, vedere un eroe piangere non è estraneo a Omero, ma la rappresentazione dettagliata della sua interiorità è una licenza tutta contemporanea.
Un mito che si trasforma e che parla al presente
Oltre alle differenze caratteriali, il film prende altre libertà sostanziali. La guerra di Troia diventa centrale, quasi un’ossessione, mentre nell’Odissea omerica era già un passato lontano quando inizia il racconto. Il cavallo di Troia non è solo un inganno, ma il simbolo di un trauma che segna la fine di una civiltà. Gli dèi, che nel poema sono protagonisti assoluti, qui vengono quasi completamente rimossi o resi simbolici; Atena diventa una sorta di rimorso vivente, mentre Poseidone è solo la furia del mare.
Anche i personaggi femminili come Circe e Calipso vengono stravolti: la prima perde la sua dimensione di tentazione amorosa, la seconda diventa una figura legata alla guarigione e alla fuga dal dolore. «Nolan punta a una sorta di ritorno di Ulisse a se stesso» ha spiegato Rodighiero, e per questo motivo l’eroe non si nasconde, non finge e viene riconosciuto subito dal figlio Telemaco, a differenza del poema dove il travestimento e la dissimulazione sono elementi cardine.
Eppure, come hanno ricordato anche altri classicisti come la grecista Beatrice Flammini, «ogni adattamento è una lettura» e il problema non è cambiare il mito, ma far credere che quello mutato sia il testo originale. L’Odissea di Nolan fa bene alla diffusione della cultura greca, a patto che nessuno pensi che il film sia Omero. Il regista ha realizzato la sua versione, cupa e contemporanea, di un uomo che, come i giovani di oggi, deve affrontare l’ignoto e il senso di colpa per arrivare alla propria Itaca.
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