L’Odissea di Nolan: mito, trauma e un eroe “complicato” secondo Emily Wilson

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Ci sono opere, rarissime, che ci costringono a guardarci dentro. “The Odyssey” di Christopher Nolan appartiene a questa categoria. È un film immenso per ambizione e sorprendentemente intimo nella sua umanità. Un’opera che restituisce al mito la sua funzione più autentica: non raccontare il passato, ma illuminare il presente, interrogandolo con gli strumenti del nostro tempo.

Nolan non porta semplicemente sullo schermo Omero; lo attraversa, lo interroga, lo rinnova e gli restituisce quella forza originaria che parla agli uomini di ogni epoca, riuscendo nell’intento di trasformare un'epopea antica in una riflessione potentemente contemporanea.

L’eroe “complicato” e il peso della guerra

Al centro di questa rilettura, che sta facendo discutere critica e pubblico, c'è un Ulisse inedito per il grande schermo, la cui complessità affonda le radici in una scelta precisa compiuta dal regista. Nolan ha dichiarato di essersi ispirato alla celebre traduzione inglese del poema firmata da Emily Wilson, la prima donna ad aver tradotto l’Odissea in lingua inglese. Non è un dettaglio secondario, perché la traduzione di Wilson, pubblicata nel 2017, è diventata un caso culturale proprio per la sua interpretazione del protagonista.

Laddove la tradizione celebrava l'eroe "polytropos", l'uomo dai "molteplici inganni" o "dalle mille astuzie", Wilson ha scelto di tradurre l'epiteto omerico con un semplice ma dirompente aggettivo: "complicated", cioè "complicato". Questo aggettivo, come ha osservato il professor Andrea Rodighiero, studioso di Lingua e letteratura greca all'Università di Verona, è la chiave di volta per comprendere l'eroe di Nolan.

Il suo Ulisse non è più soltanto l'astuto vincitore di Troia, ma un reduce segnato dal trauma, dal senso di colpa e dalla violenza a cui ha preso parte, un uomo che torna a Itaca quasi pentito di tutto ciò che ha fatto e soffrendo di una forma di stress post-traumatico che lo rende fragile e umanissimo. Una scelta, questa, che sembra aver creato qualche perplessità nella stessa Wilson, la quale avrebbe criticato l'appropriazione di un Ulisse così psicologico, forse troppo lontano dal tratto glorioso ed eroico del poema.

Eppure, è proprio questa fragilità a rendere il personaggio di Nolan così affascinante e vicino al pubblico moderno, trasformando la sua epopea in un viaggio interiore più che geografico.

Un kolossal che ridisegna il mito tra assenze e presenze

L'operazione di Nolan, tuttavia, non si limita alla sola introspezione del protagonista. Il regista ha preso libertà sostanziali con il materiale di partenza, operando scelte radicali che hanno diviso il pubblico e gli studiosi.

La prima, più evidente, è la quasi totale scomparsa del pantheon divino: a differenza del poema, dove gli dèi intervengono costantemente nelle vicende umane, nel film la loro presenza è ridotta all'osso, affidata principalmente alla figura di Atena, interpretata da Zendaya, che agisce più come una coscienza che come una divinità onnipresente. Anche gli episodi più celebri del viaggio di Ulisse vengono riletti in chiave moderna.

L'incontro con Polifemo, ad esempio, perde la famosa trovata del "Nessuno" e si concentra sull'hybris, la tracotanza di Ulisse, che scocca una freccia contro il Ciclope dopo essere fuggito, un gesto inutile che ne rivela l'orgoglio e la colpa. Similmente, l'episodio di Circe viene trasformato in una sequenza quasi horror, in cui la maga, interpretata da Samantha Morton, non è più una tentazione ma una figura segnata dalla violenza e dalla paura, che trasforma gli uomini in porci come giudizio sulla loro natura bellicosa e minacciosa.

Nolan, insomma, non cerca la fedeltà filologica, ma una verità emotiva e psicologica che possa parlare allo spettatore di oggi, come del resto ha sempre fatto la grande letteratura, che si appropria dei miti per rileggerli e attualizzarli.

La questione femminile: tra nuove prospettive e critiche

Proprio questa chiave di lettura moderna e, per certi versi, femminista, è al centro di un'altra polemica che ha accompagnato l'uscita del film. Se da un lato alcune figure femminili, come Penelope (Anne Hathaway) e Calipso (Charlize Theron), vedono riconosciuta una maggiore complessità e un'agenzia che nel poema originale spesso mancava, dall'altro il film è stato accusato di non andare abbastanza in profondità.

Penelope, in particolare, viene presentata come una donna piena di "fuoco e passione", incompresa e arrabbiata, che lega il suo destino a quello di Ulisse. Tuttavia, come ha notato Clare Mulroy su USA Today, il film fatica comunque a superare il cosiddetto "Bechdel test", cioè la condizione minima per cui due donne parlino tra loro di qualcosa che non sia un uomo.

La stessa Emily Wilson, interpellata in merito, aveva espresso dubbi sul fatto che l'adattamento di Nolan potesse dirsi veramente femminista, ricordando come l'Odissea non sia di per sé una storia incentrata sulle figure femminili.

Le critiche si sono appuntate in particolare sul ruolo di Atena/Zendaya, relegata a un compito di supporto e rassicurazione per l'eroe, ben lontano dall'essere attivo che il poema le riserva, mentre altre attrici come Lupita Nyong'o, nel doppio ruolo di Elena e Clitennestra, vedono il loro spazio ridotto nonostante la potenza delle loro interpretazioni.

Resta il fatto, però, che Nolan ha scelto di mettere al centro del suo kolossal le conseguenze della guerra e il trauma dei sopravvissuti, una prospettiva che inevitabilmente dà voce a chi quella guerra l'ha subita, in un'operazione che, al di là dei giudizi, ha il merito di riportare un classico immortale al centro del dibattito culturale contemporaneo.

Un viaggio nel vocabolario dell’anima: le parole dell’Odissea

Per apprezzare appieno la profondità di un'operazione culturale come quella di Nolan e per comprendere le scelte del regista, può essere utile addentrarsi nel vocabolario stesso del poema omerico. L'Odissea, infatti, non è solo un resoconto di viaggi e avventure, ma un vero e proprio vocabolario dell'anima umana espresso attraverso la meravigliosa precisione della lingua greca.

Termini come Nόστος (Nostos), il ritorno, che non è un semplice viaggio ma il processo doloroso con cui l'eroe riafferma la propria identità, o Μῆτις (Metis), l'intelligenza pratica e sfaccettata che permette a Ulisse di trovare una via d'uscita in ogni situazione, sono concetti chiave che il film di Nolan reinterpreta in chiave moderna.

La fragilità psicologica del suo Ulisse, la sua impulsività, sono forse il riflesso di una hybris contemporanea, mentre l'attenzione alle figure femminili e il tono pacifista rispondono a una sensibilità che trova le sue radici nella rilettura di concetti come lo stesso nostos e il kleos, la gloria immortale che, nell'Odissea, si conquista non morendo in battaglia ma sopravvivendo e tornando a casa.

In questo senso, il film di Nolan si inserisce perfettamente nella tradizione di riscrittura del mito che lo ha attraversato nei secoli, da Dante a Joyce, dimostrando come le parole di Omero siano ancora oggi uno strumento potentissimo per decifrare la complessità del mondo e dell'essere umano.

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