Una rete di violenza a Primavalle, undici misure cautelari per sequestri e torture

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Undici persone, di cui cinque minorenni, sono finite nelle maglie della giustizia a seguito di un'inchiesta dei carabinieri della Compagnia di Roma Trastevere, che ha dipinto un quadro di violenza inaudita nella periferia della capitale. Le ordinanze di custodia cautelare, firmate dai gip Livio Sabatini e Paola Manfredonia, su richiesta della Dda e della procura minorile, hanno colpito sei maggiorenni, destinati al carcere, e cinque ragazzi: due sono stati condotti in un istituto penale, mentre gli altri tre sono stati collocati in una struttura di accoglienza.

Il metodo della crudeltà

L'asse portante delle accuse, che comprende reati gravissimi come tortura, sequestro di persona e tentata estorsione, ruota attorno a un modus operandi brutale, finalizzato a punire chi non onorava i debiti contratti per l'acquisto di sostanze stupefacenti. Alcuni degli indagati, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbero prelevato con la forza le vittime dalle loro case per condurle in un garage situato nel quartiere Massimina, zona Primavalle. In quel luogo, dopo essere state legate e bendate, le persone sarebbero state sottoposte a sevizie con l'uso di spranghe e altri oggetti contundenti; episodi di una ferocia tale da spingersi, in almeno un caso, a versare acqua bollente addosso a uno dei malcapitati.

La scoperta dell'esplosivo

L'indagine, partita nel marzo scorso da un semplice arresto per spaccio di droga, ha assunto nel tempo contorni sempre più inquietanti, portando alla luce un livello di pianificazione della violenza che ha lasciato esterrefatti gli stessi inquirenti. Un elemento ulteriore, tra i più gravi, è emerso durante le perquisizioni: il rinvenimento di un ordigno artigianale, una vera e propria bomba, che ha fatto scattare anche l'accusa di porto abusivo di esplosivo. Questo ritrovamento, del quale non si conosceva forse l'utilizzo immediato ma che testimoniava la pericolosità del gruppo, ha aggiunto un tassello decisivo al quadro già cupo delle violenze fisiche e delle intimidazioni.

Le indagini e il contesto

Le attività investigative, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia, hanno permesso di ricostruire una serie di aggressioni che travalicavano la semplice riscossione coatta dei crediti, sfociando in veri e propri episodi di tortura dettati anche da futili motivi personali. Il garage di Massimina, divenuto teatro di questi soprusi, rappresenta l'emblema di una violenza privata e meticolosa, volta a spezzare la volontà delle vittime attraverso la paura e il dolore fisico. L'operazione, che ha visto un lavoro di squadra tra diverse articolazioni della magistratura e dell'Arma, ha interrotto un circuito criminale che si nutriva del terrore e dello spaccio, restituendo un frammento di verità su dinamiche spesso sommerse nelle periferie urbane.

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