Reza Pahlavi, il figlio dell'ultimo scià: «Tornerò a Teheran per guidare la transizione»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L'operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele, che ha portato all'eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei, ha aperto uno scenario politico completamente nuovo per l'Iran, e in questo quadro di profonda incertezza si inserisce la figura di Reza Pahlavi, il primogenito dell'ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi, deposto nel 1979 dalla Rivoluzione Islamica. L'erede al trono, che manca dalla sua patria da quarantotto anni, ha rotto un silenzio che durava da tempo con una serie di dichiarazioni inequivocabili: si dice pronto a tornare a Teheran per assumere un ruolo di primo piano nella fase di transizione, rispondendo a quello che definisce un appello diretto del popolo iraniano. In un editoriale pubblicato sul Washington Post, Pahlavi ha delineato la sua visione per il futuro, ringraziando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per aver «decapitato» il regime dei mullah e descrivendo l'intervento militare come un atto dovuto di sostegno a un'oppressione durata decenni. La sua analisi della situazione è netta: con la morte di Khamenei, la Repubblica Islamica ha di fatto raggiunto il suo epilogo, e ogni tentativo di nominare un successore sarà privo di legittimità e destinato a fallire, precipitando nel caos ciò che resta dell'apparato di potere.

La visione del principe per un Iran post-teocrazia

Reza Pahlavi, che in queste settimane si trova in Europa dopo aver partecipato alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, non si limita a celebrare la fine del nemico storico della sua dinastia, ma propone una tabella di marcia concreta per il dopo, un'idea di transizione che lui stesso ha definito trasparente e ordinata. Il suo progetto, chiamato «Progetto Prosperità per l'Iran», prevede l'instaurazione di un governo provvisorio che duri il tempo strettamente necessario a redigere una nuova costituzione, la quale dovrà essere sottoposta a un referendum popolare; solo dopo questa fase, supervisionata dalla comunità internazionale, si potranno tenere elezioni libere in cui il governo di transizione si scioglierà per lasciare spazio a una nuova democrazia. In un messaggio diffuso sui social e ripreso dalle agenzie internazionali, l'erede al trono si è rivolto direttamente alle forze di sicurezza e all'esercito iraniano, intimando loro di abbandonare ciò che resta di un regime morente e di schierarsi dalla parte del popolo, perché solo così potranno contribuire a garantire una transizione stabile. Ai cittadini, invece, ha chiesto per il momento di rimanere cauti e di prepararsi a un ritorno in piazza che lui stesso indicherà come il momento dell'azione finale, un'ultima battaglia in cui la vittoria spetterà esclusivamente agli iraniani, nonostante l'aiuto esterno.

L'appoggio internazionale e il nodo della successione

Le dichiarazioni di Pahlavi si inseriscono in un contesto internazionale in cui il presidente Trump ha apertamente incoraggiato il popolo iraniano a rivendicare la propria sovranità, definendo l'uccisione di Khamenei una straordinaria opportunità per liberarsi dalla teocrazia. Sebbene il Pentagono abbia in seguito ridimensionato alcune delle affermazioni della Casa Bianca sulle minacce imminenti che avrebbero giustificato l'attacco, l'amministrazione Trump appare determinata a sostenere un cambiamento di regime, con il presidente che ha ventilato l'ipotesi di applicare all'Iran il cosiddetto «modello Venezuela», in cui gran parte dell'apparato statale viene preservato ma allineato agli interessi americani. Tuttavia, la complessità del tessuto sociale, etnico e religioso iraniano rende questa ipotesi di difficile attuazione, e la stessa Casa Bianca sembra muoversi in ordine sparso, con dichiarazioni contraddittorie sulla durata del conflitto e sugli obiettivi finali.

La mobilitazione della diaspora e l'ombra della storia

Nel frattempo, la diaspora iraniana si è mobilitata in diverse città europee, da Firenze a Roma, per manifestare sostegno all'idea di un Iran libero e democratico, e molte voci, tra attivisti e oppositori storici, indicano in Reza Pahlavi l'unica figura in grado di traghettare il paese fuori da quarantasette anni di dittatura religiosa. La sua figura, che per decenni è rimasta ai margini della scena politica, riemerge ora con la forza di chi rappresenta un legame diretto con un passato pre-rivoluzionario che molti iraniani, soprattutto i più giovani, non hanno mai conosciuto se non attraverso i racconti di famiglia. Pahlavi ha assicurato che non si ripeteranno gli errori commessi in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein, e che non ci sarà alcun vuoto di potere né dissoluzione delle istituzioni, ma una ricostruzione guidata dalla volontà popolare. Resta da vedere se questa promessa sarà sufficiente a saldare il debito di sangue che la dinastia Pahlavi ha con una parte della popolazione che non ha dimenticato gli eccessi e le repressioni dell'epoca dello scià, e se l'erede al trono riuscirà realmente a trasformare un'eredità ingombrante in un fattore di unità nazionale.

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